ORNELLA MARIANI

Cenni di storia sulla Serenissima

di Ornella Mariani

Cenni storici

La Venetiarum Respublica o Ducatus Venetus fu una realtà autonoma nota anche come Repubblica di San Marco, o più semplicemente Serenissima per la equilibrata amministrazione della Giustizia. Nel XVII secolo e fino alla sua caduta, essa comprendeva gran parte dell’Italia nord/orientale, parte dell’Istria e della Dalmazia, varie isole adriatiche e joniche, il Peloponneso, Creta, Cipro, numerose isole greche e molti Porti nel Mediterraneo orientale.

Così la descriveva Francesco Petrarca nell’agosto del 1321 inuna corrispondenza privata: … quale città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui… possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita … sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile….

La Repubblica era sorta nel IX secolo dalle terre greco/bizantine della Venetia maritima dipendenti dall’Esarcato di Ravenna, fino alla conquista longobarda del 751.

Benché si voglia che il primo Doge Paulicio Anafesto fosse eletto nel 697 dai venetici, la nascita del Ducato del Ducato è da collocarsi nella riforma delle Provincie italiche disposta dall’Imperatore Maurizio Tiberio che, a capo di esse, per contenere la pressione dei Barbari, pose un Dux ovvero un Comandante militare la cui figura si trasformò poi in Doge, acquisendo crescente autonomia.

Nel 726 l’estensione all’Italia delle disposizioni iconoclastiche dell’Imperatore Leone III suscitò la reazione del Papa e un movimento di rivolta di tutti i territori bizantini d’Occidente: a Venezia, Clero e Popolo prevaricarono il diritto imperiale alla nomina del Dux ma, malgrado la ribellione, sostennero l’Esarcato dalla minaccia longobarda sicché, tra il 737 e il 741, la Corona di Bisanzio riaffidò il governo delle Provincie a Magistri Militum annualmente eletti ma riconobbero al Popolo, nel 742, il diritto di scelta del Dux.

La definitiva perdita bizantina di Ravenna, nel 751; la conquista del Regno longobardo da parte dei Franchi nel 774 e la istituzione del Sacro Romano Impero nell’800 cambiarono il volto anche dell’ area veneziana contesa ai Bizantini.

Nell’806 il conflitto indusse il Doge Obelerio Antenoreo a porsi sotto la protezione di Carlo Magno, ma il blocco navale del trono d’Oriente lo costrinse a rinnovare i patti di fedeltà a Bisanzio che trasformò il territorio in base per le proprie azioni militari.

Nell’809, contro le scorrerie bizantine nel Comacchio, Pipino invase la Venetia; assediò Metamauco e obbligò il Dux a riparare a Rivoalto: la guerra cessò nell’810, quando la Flotta veneziana annientò quella franca: Antenoreo fu sostituito con Angelo Partecipazio che, nell’812, trasferì la capitale a Rivoalto.

Era nata Venezia che, nell’828, elesse a Patrono San Marco le cui spoglie erano state trafugate ad Alessandria d’Egitto. Nel tempo, pertanto, essa sarebbe stata indicata anche come Repubblica di San Marco e il leone alato, simbolo dell’Evangelista, sarebbe comparso nelle bandiere, negli stemmi e nei sigilli mentre gli stessi Dogi erano raffigurati, nell’incoronazione, in ginocchio e nell’ atto di ricevere il gonfalone dal Santo medesimo. Verso l’XI secolo, essa assunse il controllo dei commerci con il Levante e prese ad espandersi nell’Adriatico con la Flotta guidata da Pietro II Orseolo, che contrastò i Pirati Narentani e sottomise i centri costieri istriani e dalmati, ottenendo dalla Corona bizantina il titolo di Dux Venetiae et Dalmatiae.

Se nel periodo della Lotta per le Investiture, adottò la neutralità, più rigorosa fu invece la condotta di Venezia con i Normanni Altavilla che occuparono Durazzo e Corfù: la guerra durò oltre due anni e, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, ottenne da Costantinopoli la Crisobolla con cui venivano concessi ai suoi Mercanti privilegi ed esenzioni in tutta la Romània anche se, nel tempo, l’accresciuta potenza sollevò contrasti e conflitti: dal 1122 al 1126 e dal 1171 al1175, a vantaggio dei Genovesi.

Nel 1148 fu istituita la Promisio ducale, ovvero il giuramento di fedeltà del Doge che pose le basi di sviluppo delle altre Istituzioni repubblicane.

Nell’ultimo ventennio del XII secolo, Venezia condusse guerra all’Ungheria per il controllo della Dalmazia e di Zara, occupata nel 1202, e partecipò alla quarta Crociata e al sacco di Costantinopoli del 1204, ponendo fine all’Impero bizantino i cui territori divise con  Baldovino di Fiandra, il Marchese del Monferrato e i Principi franchi ottenendo aree dell’Egeo, tra cui Candia ed Eubea e varie piazzeforti del Peloponneso e riservandosi per il Doge, nel nuovo Impero Latino fondato dai Crociati, il titolo di Signore di un quarto e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente, oltre che la facoltà di nominare il Patriarca di Costantinopoli.

Tra il 1255 e il 1270 la Repubblica venne a scontro con Genova nella Guerra di San Saba e, al proprio interno, consolidò il governo oligarchico amministrato da un Patriziato mercantile, espandendosi fino al Bosforo e costituendo lo Stato de Màr. In seguito, la perdita dei domini dalmato, per effetto della Pace di Zara del 1358, sfociò nella Guerra di Trieste. Nel 1379, però, la minaccia genovese produsse la Guerra di Chioggia che, dopo aver posto la Serenissima sotto assedio, si concluse con l’indebolimento della stessa Genova. Tra il 1409 e il 1444, infine, Venezia recuperò il dominio completo della Dalmazia, in virtù di accordi e trattati con l’Ungheria e prese ad espandersi contro i Visconti nell’entroterra. Nel secolo XVI conobbe, poi, il massimo dell’estensione in terraferma.

In definitiva, nel 1410 Venezia aveva già conquistato gran parte del veneto, comprese Verona e Padova, e dieci anni dopo avrebbe aggiogato il Friuli fino a comprendere il territorio della decima regione augustea della Penisola italica e ad assoggettare Bergamo, Brescia e Crema.

Nel 1489 conquistò Cipro e nel 1495 cacciò dall’Italia Carlo VIII, a margine della battaglia di Fornovo.

All’inizio del XVI secolo furono venete anche Cremona, Forlì, Cesena, Monopoli, Bari, Barletta e Trani ma il controllo della Romagna favorì il conflitto con la Chiesa e portò, nel 1508, alla costituzione della antiveneziana Lega di Cambrai: il Papa, la Francia, il Sacro Romano Impero e l’Aragona si coalizzarono per distruggere la Serenissima; ma, anche se nel 1509 i Francesi prevalsero nella battaglia di Agnadello, la coalizione dovette arrestarsi ai margini della laguna e Venezia fu salva. La sua Flotta, tuttavia, fu quasi del tutto distrutta dagli Estensi nella battaglia di Polesella e la Repubblica dovette rinunciare ad esercitare la propria pressione su quel piccolo Ducato, ma mantenne i confini decisi alla fine della Guerra del Sale del 1484. Il conflitto durò fino al 1516 quando, passata all’alleanza con la Francia, la Repubblica piegò la Lega Santa e recuperò il controllo della terraferma. Nel XVI secolo Selim II, successore di Solimano il Magnifico, riprese le ostilità contro i domini veneziani in Oriente assalendo e occupando Cipro: i Veneziani inviarono la Flotta nell’Egeo e aprirono relazioni con Pio V per istituire una coalizione cristiana.

Formatasi il 25 maggio del 1571, essa riunì Spagna, papato e Impero sotto il comando di don Giovanni d’Austria, fratello di Filippo II: le duecentotrentasei navi dell’alleanza, riunite a Lepanto, travolsero le duecentottantadue turche di Capudan Alì Pasha il 7 ottobre di quell’anno. Tuttavia, malgrado la vittoria, stante lo scarso interesse del Sovrano iberico ad ancora sostenerla nella sua gravissima fase di crisi anche economica, la Repubblica fu costretta a firmare un trattato di pace e a cedere agli Ottomani Cipro ed altri possedimenti della Morea costiera, spianando la via al lento e inarrestabile declino: nel XVII andò perduta, dopo un lungo conflitto, anche Candia benché Venezia riconquistasse ancora la Morea grazie al talento del suo ultimo grande Condottiero Francesco Morosini, in seguito alla Pace di Carlowitz del 1699.

L’area fu presto di nuovo perduta per lo scarso sostegno delle Popolazioni greche.

Con la Pace di Passarowitz del 1719 Venezia cedette ai Turchi le ultime piazzeforti detenute in Candia e rinunciò alla Morea, conservando le isole Jonie e la Dalmazia. Nel XVIII secolo, poi, persa progressivamente la propria potenza, si limitò a contrastare la Pirateria barbaresca subendo, per contro e malgrado la dichiarata neutralità, l’invasione bonapartista: nella seduta del 12 maggio del 1797 il Doge e i Magistrati deposero le insegne del comando e il Maggior Consiglio abdicò, di fatto decretando la caduta della Repubblica e consegnando il potere ad una Municipalità provvisoria subordinata ai Francesi. Napoleone entrò in Venezia e parallelamente prese Istria e Dalmazia. Tuttavia, le speranze degli Illuministi italiani andarono deluse: egli tradì quegli ideali di libertà affermatisi in Francia. Nel Trattato di Campoformio del 17 ottobre del 1797, Bonaparte si spartì il Nord italiano con l’Austria cui riconobbe il possesso di Venezia e dei suoi territori.

Dopo la sua definitiva sconfitta, in sede di congresso viennese nel 1814, fu istituito il Regno lombardo/veneto che assoggettò agli Austriaci Veneto, Lombardia e Friuli.

Durante i moti del 1848 vi fu un fugace tentativo di restaurare il passato: nella globale insurrezione del Veneto contro gli Asburgo, il 17 marzo fu occupato l’Arsenale: gli Imperiali fuggirono dalla città e Daniele Manin e Niccolò Tommaseo proclamarono la Repubblica di San Marco che chiese l’annessione al Regno piemontese di Sardegna; ma, nell’agosto del 1849, dopo una strenua resistenza, essa capitolò nell’assedio del Generale Radetzky e archiviò ogni desiderio di affrancamento dall’Austria.

Dodici anni più tardi, fu l’Unità d’Italia al cui interno la Storia della Serenissima spicca gloriosa.

Dalla Istituzione del Dogato alla fine del Medio Evo

Fu il più antico Stato d'Europa; dominò el mar fino ad Antiochia e Costantinopoli e la tera dal Friuli all’Adda, attraverso una complessa rete di ordinamenti autonomi unici sul Continente ed i suoi primi Duces: Magistrati bizantini la cui sostituzione col Dose avvenne fra il IX e il X secolo.

Non Regno; non Contea; non Marca; non Ducato, ma fin dal suo compiersi realtà che, dall’inizio del X secolo, anche nelle fasi in cui si propose a gestione oligarchica ed elitaria, si dotò di un edificio politico/economico tale da anticipare di decine di lustri il valore della Democrazia europea, fondandolo sul sentimento di Nazione dei Venedi, evocati già da Omero.

Cominciò nel VI secolo, quando i Longobardi di Alboino invasero l’Italia; vi si insediarono; ne fissarono la capitale a Pavia e fecero dell’intera Penisola una terra di conquista.

Paolo Diacono: … Habitaverunt autem in Pannonia annis quadraginta duobus. De qua egressi sunt mense Aprili, per indictionem primam alio die post sanctum pascha, cuius festivitas eo anno iuxta calculi rationem ipsis Kalendis Aprilibus fuit, cum iam a Domini incarnatione anni quingenti sexaginta octo essent evoluti….

Una volta raggiunte le pendici meridionali delle Alpi, oltre il Passo Predil, il Sovrano barbaro costituì col nipote Gisulfo il primo Ducato a Forum Julii; poi proseguì verso Aquileia,  maldifesa dalle truppe lasciate dal deposto Narsete; infine, occupate Altino, Codroipo, Ceneda, Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano, in tre anni avviò quel dominio soverchiato nel 774 dai Carolingi.

Il territorio venedo ne fu sconvolto: Nobili, Terrieri e Popolani delle zone costiere si rifugiarono verso l’interno; l’Arcivescovo Paolino di Aquileia, raccolte le reliquie dei Santi e dei Martiri, si trasferì a Nova Aquileia, ovvero Grado; altri scelsero l’isola di Torcello; altri ancora occuparono aree ancora isolane, conferendole i nomi dei rioni di Altino: proprio Torcello, poi Burano, Murano, Giudecca, Rivoalto  ed Olivolo.

Era già Venezia, o Venetia: una realtà lagunare estesa fra Grado e Chioggia, estratta da una sorta di solidale confederazione di isole, spuntata già nella fase della distruzione di Oderzo voluta nel 666 da Grimoaldo; coesa da una esigenza geopolitica; costruita su quelle forme economiche, sociali ed istituzionali che spianarono la via al costituirsi definitivo della Serenissima. L’evento migratorio dette infatti vita ad un processo di radicale trasformazione degli equilibri della ex Provincia romano-bizantina Venetia-Istria: le Genti in fuga non interruppero i rapporti con la terraferma ma, malgrado su essa incombesse ancora la memoria orientale e imperversassero i primi Longobardi, tennero vive le preesistenti attività economiche, prima di bonificare le nuove zone occupate ed impegnarle con Arti, Mestieri e Commerci.

In quella fase, Paolino rese Grado un avamposto della opposizione all’ormai longobarda Aquileia; Roma riconobbe la legittimità di due Patriarcati e nel 606, mentre l'Esarca Smaragdo insediava nell’ una il Patriarca Candidiano di Rimini, nell’altra il Duca del Friuli Gisulfo eleggeva tale Giovanni sullo sfondo dello scisma dei Tre Capitoli cessato nel 698, in un sinodo convocato a Pavia da Re Cuniberto. Con la contrapposizione politico/territoriale di Impero d'Oriente e Impero d’Occidente, poi, le due Cattedre si avviarono al declino e, nel 640, i Venedi di Torcello, Burano, Murano, Giudecca, Rivoalto ed Olivolo, emancipandosi dall’Esarcato e dai centri comitali longobardi, si dettero una propria fisionomia politica che fece della Laguna il centro dei traffici con Bisanzio.

In quel contesto, ormai avviato verso l’autonomia politica ed economica attraverso la coalizione delle isole, maturò la nomina del primo Doge: Paulicio Anafesto che, col successore Marcello Tegalliano, negoziò la pace con Liutprando e fissò i confini del nascente Stato.

Il Dogato fu un centro di potere che le grandi famiglie patrizie tentarono di rendere ereditario contro l’acclamazione iniziale dei Membri d’una Assemblea popolare dei sei rioni.

Inizialmente governato come una sorta di confederazione di centri ciascuno retto da un proprio Tribuno, il Dogato fu poi diviso in distretti tenuti da un Podestà inviato dalla capitale, con la sola eccezione di Grado, espropriata nel X secolo alla gestione del Patriarca e ora affidata ad un  Funzionario avente il titolo di Conte. Quanto ai Podestà delle colonie, biennalmente designati, dal 1204 al 1261 il Baiulo di Costantinopoli rappresentò il governo veneziano in tutta la Romània: assistito da un Consiglio di sei Membri, cinque Giudici e due Camerari, egli ebbe alle dipendenze tutti i possedimenti orientali e, dal 1277, anche la delega sul Corno d’Oro.

Nelle prime fasi dell’espansione, Venezia organizzò parte de propri domini secondo le modalità del rapporto feudale Signoria/Vassallaggio, con obbligo di omaggio alla Repubblica e impegno a favorirne le attività commerciali da parte dei Castellani, ovvero Governatori militari delle fortezze.

In seguito i possedimenti furono affidati alla gestione di Provveditori Generali.

Restò saldo, così, il legame con l’Oriente e con la Via della Seta e il mercato di Rialto divenne il pilastro dei traffici di merci provenienti dalle Fiandre, dalla Cina, dall’India, dall’Arabia: spezie, sete, essenze, legni pregiati, tessuti preziosi e vetri di Murano transitavano da e per il Continente incassando denaro, oro, argento, materie prime e armi. Per secoli, la base di questa complessa organizzazione economica fu rappresentata dal conio di diverse monete: il Matapan o ducato d’argento, il Soldo d’argento, la Lira d’argento, lo Zecchino d’argento e il Ducato d’oro e dalle Mude: convogli navali controllati dallo Stato e istituiti per collegare Venezia ad Alessandria, Acri, Costantinopoli, Crimea, Aigues Mortes, Londra, Bruges.

Organizzazione socio/politica

Nel 1032 furono per la prima volta eletti due Consiglieri ducali, di fatto impedendo la costituzione di un governo monarchico e limitando la sovranità centralistica del Doge. Dopo l'ultima manovra dinastica, l’incarico divenne una sorta di Magistratura cittadina controllata: nel 1143 fu istituito il Consilium Sapientium, i cui trentacinque Componenti deliberavano con l’assenso dogale. Nel 1172, dopo l'assassinio di Vitale II Michiel, responsabile del fallimento della guerra nell'Egeo, fu designato il ricchissimo Sebastiano Ziani, per la prima volta da undici Elettori: dal 1175 la graduale evoluzione costituzionale accantonò, a vantaggio del Patriziato mercantile, i poteri dell'Assemblea popolare e del Doge che, a partire dal 1323, divenne Signore di Venezia: fu, allora, insediato il Maggior Consiglio dal quale erano estratti quaranta Elettori che gli conferirono sempre più la figura di primo Magistrato con prerogative limitate dalla Promissio ducalis.

Nel 1220 fu introdotta la Quarantia: un organismo analogo al Consiglio dei Savi. Essa svolse funzioni nell'apparato giudiziario e sulla legislazione monetaria e finanziaria ed i suoi Membri, in seguito, furono assorbiti come rappresentanti di diritto nel Maggior Consiglio. Nel 1268, essa varò la procedura elettiva dogale del sorteggio adottandola, per la prima volta, nel’elezione di Lorenzo Tiepolo.

Il 1297 fu l’anno della Serrata: la riforma del Maggior Consiglio sancì la partecipazione alle sole famiglie che vi appartenevano almeno da quattro anni, inibendo l'inserimento di Borghesi cui  l’Aristocrazia guardava con disprezzo; provocando un bagno di sangue e causando la congiura del 1300. Dieci anni dopo si verificò un nuovo tentativo di rovesciamento del potere dogale; ma il Popolo non sostenne la cospirazione, orrendamente soffocata.

A tali eventi, l’Oligarchia dominante reagì con l’introduzione del Consiglio dei Dieci, ovvero l’ estensione del Maggior Consiglio deputata a sorvegliare la sicurezza dello Stato.

Nel 1323 l’appartenenza alla Istituzione divenne ereditaria, conservando il carattere élitario del regime poiché le cariche di prestigio furono ripartite tra un centinaio di Casate illustri: da quel momento, salvo per il complotto ordito da Marin Faliero, decapitato nel 1355, la Repubblica passò dal sistema feudale ad una forma di governo nella quale il Popolo, pur persuaso di esprimere la propria volontà, era di fatto piegato a quella consiliare.

All’inizio del ‘500 iniziò il lento ed irreversibile declino.

In sintesi:

Doge; Doxe; Dozel fu quella Suprema Magistratura di ispirazione bizantina istituita dalla Serenissima nel 697; cessata il 12 maggio del 1797 e rappresentata, nei suoi undici secoli di Storia, da centoventi personaggi.

La Corte di Bisanzio conferì ai primi Dogi i titoli di Imperialis ipathus; Dux ac spatarius Veneticorum; Imperialis patricius archispatus imperialis protosevastos o protosebaste solo nel Medio Evo, e più propriamente nel 1004, riconoscendogli quel titolo di Dux Venetiæ et Dalmatiæ trasformato, nel 1085, in Dux Venetiæ Dalmatiæ Chroatiæ. Solo nel 1148 il Papa avrebbe legittimato il Dominator Marchiæ che, dal 1150, si era proclamato anche Totius Istriæ dominator.

Ispirato al Cesaropapismo orientale, il Doge era anche Capo della Chiesa di San Marco e disponeva di attributi episcopali sulla speciale Diocesi nullius dipendente dalla Basilica, retta in suo nome da un Primicerio: l’indipendenza dogale dal potere spirituale provocò sistematiche frizioni con la Curia di Roma, oltre che interdetti e contrapposizioni col Patriarca di Venezia.

Erede del Dux o Governatore bizantino della Venetia Maritima, inizialmente titolare di un potere trasmessogli per via ereditaria, il Doge fu designato da democratiche elezioni celebrate nell'Arengo e, affrancatosi dall’influenza bizantina nel 1084, fu coadiuvato da un’Assemblea popolare fino al 1172 quando, ridotto ad una funzione meramente rappresentativa, fu sottoposto al controllo del Maggior Consiglio. Questo organismo, a sua volta connesso alla Quarantia, nel 1297 fu soverchiato da una sorta di Oligarchia esito della Serrata che fissò le modalità di partecipazione alle sue attività, rendendolo una sorta di Parlamento deputato a ratificare Leggi; ad eleggere Magistrature; a designare annualmente i membri dell’Assemblea dei Pregadi. Per contro, i Senatori concorrevano alla formazione della Zonta mentre un Collegio di sedici Savii, in carica per un semestre e guidato da sei Grandi, redigeva gli ordini del giorno per i Pregadi medesimi e presentava proposte politiche. La struttura così concepita eliminò ogni elemento dinamico finché, nel 1355, Marin Faliero tentò di ribaltare la Repubblica in Signoria: l’iniziativa fu stroncata e seguita dalla introduzione di un Consiglio dei Dieci, delegato alla prevenzione di ogni rischio antirepubblicano.

Tra il 1204 ed il 1356, il Doge adottò la qualifica aggiuntiva di Dominus quartae partis et dimidiae totius Imperii Romaniae; ma la pace con gli Ungheresi nel 1358 sostituì il riferimento a Dalmazia e Croazia col più generico Dux Veneticorum et coetera, vigente fino alla fine della Repubblica.

Il soglio era appannaggio della più florida Aristocrazia e, a seconda delle circostanze, egli era Condottiero o Supremo Notaio pur con le limitazioni delle prerogative. In definitiva, era comunque referente ufficiale della Repubblica e titolare del comando della Flotta e dell’Armata in tempo di guerra.

All’atto della ratifica della sua elezione, da parte del Maggior Consiglio, egli veniva presentato al Popolo con la formula: Questi xe monsignor el Doxe, se ve piaxe. Da quel momento, dopo la Messa solenne in San Marco e l'avvenuta incoronazione, pronunciava la Promissione ed assumeva quella condizione che, pur assicurandogli fasto e potere, lo poneva sotto sorveglianza; gli negava il diritto di risiedere fuori dal Palazzo Ducale ed il privilegio di esporre i propri stemmi; gli faceva obbligo di rimettere i doni ricevuti al Tesoro di San Marco o all'Erario; gli impediva di concedere udienze ed anche di leggere la propria corrispondenza, se non in presenza di almeno quattro Consiglieri.

Potere giudiziario e legislativo erano connessi: il Doge e i suoi Consiglieri erano parte del Collegio e se egli era incaricato a vita quale Coordinatore dei vari organi, vigilando sulle competenze e sui limiti di ciascuno, i collaboratori: uno per ogni Sestiere, erano in carica solo otto mesi, a controllo del suo operato.

Il Consiglio dei Dieci, invece, quale referente della Magistratura ordinaria, si occupava della sicurezza dello Stato intervenendo anche su settori di competenza del Senato ed era costituito da dieci membri di età minima di quarant’anni, privi di parenti in carica e selezionati tra i Senatori dal Maggior Consiglio.

A partire dal 1427 anche i Consiglieri dogali parteciparono alle riunioni dei Dieci.

Il territorio dell'originale edificio fu gestito fin dall’inizio con norme estratte dal Diritto Veneto, sostituito in terraferma da Statuti locali ispirati alle tradizioni romane e longobarde.

Avamposto bizantino nell’Adriatico e capitale della Repubblica Serenissima Veneta, in sostanza, Venezia sviluppò quello spirito d'autonomia che la rese la più potente tra le quattro Repubbliche marinare italiane: competeva con Genova e deteneva sull’Adriatico egemonia tale da indurre Ancona e la dalmata Ragusa ad amministrare i loro traffici solo in virtù di una solida alleanza. Proprio in funzione anti/anconetana e per il controllo dei mercati orientali, essa aveva sodalizzato nel 1174 col Sacro Romano Impero pur senza mai indulgere in tentazioni monarchiche e fu protagonista di una lunga contrapposizione con Genova per il monopolio del Mediterraneo e delle rotte d’Oriente.

Le due città percepirono diversamente il ruolo interno ed internazionale: l’Oligarchia militare e mercantile veneziana, tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV, unificò Veneto e parte della Lombardia tentando di conservare la supremazia anche nel mar Nero e risolvendo la guerra con la rivale nella Pace di Torino del 1381. Il Trattato non produsse risultati di rilievo e, se Genova fu segnata da una fase di lotte interne che ne indebolirono il prestigio, Venezia si tenne coesa finché Maometto II, dal 1453, divenne unica potenza navale orientando in direzioni diverse i destini delle due Repubbliche: Genova verso la nascente Finanza internazionale; Venezia verso l'espansione terrestre.

In quegli anni la Serenissima assunse Capitani di Ventura; ampliò la propria sovranità; conquistò parte della Lombardia; costrinse Filippo Maria Visconti alla cessione di Brescia e Bergamo e alla rinuncia ad altre terre; ottenne il riconoscimento dei confini sull’Adda da Francesco Sforza, garantendosi cospicui guadagni e grandi mercati, fino al Lago di Garda ed a Ravenna; controllò, dopo la caduta di Costantinopoli, gran parte delle coste adriatiche e molte isole dell'Egeo; si candidò, all’inizio del XVI secolo, al ruolo di prima Potenza politica italiana.

In definitiva, la Serenissima non fu Regno; non fu Contea; non fu Ducato ma, dal suo compiersi, realtà statuale che, dall’inizio del X secolo, si dotò di una struttura politica ed economica tale da anticipare di decine di lustri il senso della Democrazia europea, pur nelle fasi in cui si propose a gestione settaria ed oligarchica mantenendo vivo il sentimento di Nazione; realtà lagunare fra Grado e Chioggia, estratta da una sorta di confederazione isolana emersa nella fase della distruzione di Oderzo, voluta nel 666 da Grimoaldo: coesa da esigenza geopolitiche e basata su quelle forme economiche, sociali ed istituzionali che spianarono la via al costituirsi definitivo della Serenissima.

Brevi biografie dogali, dall’anno 697 alla fine del Medio Evo

Pauluccio Anafesto

697- 717

Nato ad Oderzo, fu eletto nel 697 contro l’assenso esarcale dalle dodici famiglie apostoliche dei Badoer, Barozzi, Contarini, Dandolo, Falier, Gradenigo, Memmo, Michiel, Morosini, Polani, Sanudo, Tiepolo, nella fase dei fermenti dei territori limitrofi contro l’attività romana, longobarda e cattolica svolta ad Eraclea da un Magister Militum delegato dall’Esarca di Ravenna.

Gli elementi a lui riferiti sono tanto vaghi e controversi da non rendere individuabile neppure il luogo ove insediò il suo governo di Aristocratici che, fuggiti dalla terraferma, assunsero la responsabilità dell’economia e del commercio.

In quell’epoca primeggiavano città peninsulari come, Adria, Aquileia, Altino, Chioggia, Este, Oderzo, Padova, Treviso e Vicenza; ma dopo l’invasione longobarda, ne erano sorte altre, tutte sotto controllo bizantino: Eraclea, Grado, Malamocco, Mazzorbo, Murano, Pellestrina, Rialto, San Pietro e Torcello. Quando la dipendenza da Bisanzio si attenuò, esse divennero una sorta di Stato autonomo e Pauluccio sottoscrisse un trattato di non belligeranza col Re Liutprando: essendo egli ancora un Dux bizantino, l’iniziativa fu approvata dalla Corona grazie alla mediazione di Ravenna e confermata nel 717, sotto il Dogato di Marcello Tegalliano che mantenne la vigenza di quell’ ordinamento repubblicano-oligarchico autonomo. Quando poi, nel 729, Ravenna fu occupata dai Longobardi, tutto l'Esarcato e la Pentapoli furono liberate proprio dalle forze del Doge e la circostanza fu apprezzata dall’amministrazione centrale bizantina al punto che Orso, succeduto a Tegalliano, ottenne la nomina di Ipato: un riconoscimento di autorità su un territorio di fatto già indipendente.

Pauluccio esercitò il potere in nome degli Imperatori Leonzio, Tiberio III Apsimaro, Giustiniano II Rinotmeto, Filippico Bardane, Anastasio II, Teodosio III, Leone III Isaurico, prima di cadere vittima di una congiura di Nobili ad Eraclea.

Marcello Tegalliano

717- 726

Fu sotto di lui che il Dux di estrazione romana si trasformò in Doge: la leggenda ne sostiene la morte ad Eraclea nel 726; tuttavia, fonti storiche ne negano anche l’esistenza: al pari di quello del Predecessore, il suo mandato non fu mai documentato ma tramandato al solo scopo di rendere l'istituzione dogale più antica di quanto fosse.

Orso Ipato

726- 737

Clero ed Aristocrazia istituirono un ordinamento repubblicano/oligarchico innescando la scintilla indipendentista contro i Bizantini, durante le rivolte italiche contro gli editti iconoclastici di Leone III: il Doge ruppe il Trattato Anafesto di pacifica convivenza con i Longobardi e, sollecitato dal Papa, affermò l’indipendenza liberando nel 729 Ravenna e la Pentapoli e riscuotendo il consenso di Bisanzio che lo investì della carica di Ipato, nel tempo assunta a cognome.

Con l’accusa di tradimento, nel 737 Orso fu assassinato e il figlio Diodato fu esiliato forse in seguito alla scoperta di una congiura contro Bisanzio, che restaurò per cinque anni a Venezia il governo annuale dei Magister militum.

Diodato Orso Ipato

737- 756

Dopo la restaurazione del regime dei Magistri militum, i Veneti, l’Impero romano e l’Impero bizantino subirono continue e devastanti scorrerie, saccheggi ed imposizioni barbare fino ai Franchi di Pipino.

In quel contesto, si avvicendarono Leone Domenico e Felice Corniola; poi, nel 742, sotto il governo longobardo di Astolfo, si affermò Diodato Ipato, deposto ed accecato nel 756 per la falsa accusa di tradimento. A margine della drammatica vicenda, furono abolite le Magistrature annuali e maturò la graduale presa di distanza dall’Oriente.

Galla Lupanio

756- 757

Anche di costui si conosce pochissimo: dopo aver tradito ed eliminato Deusdeit Ipato, si impose con una elezione truccata finendo egli stesso abbacinato ed esiliato.

Domenico Monegario

757- 764

Originario di Malamocco; eletto con l'appoggio del longobardo Desiderio; fiancheggiato da due Tribuni, mantenne buone relazioni con i Franchi e con Bisanzio. E’ dubbio se il suo cognome derivasse da Monegarium, ovvero Monaco; o da Monetarium, ovvero Coniatore di monete. Comunque fosse, egli agì nella fragile fase fra il 757 ed il 764 e, quando Papa Paolo I estese le proprie mire anche su Venezia, esigendone donazioni ed esercitando pressioni sui Franchi e sui Longobardi, il Doge fu deposto, accecato, rapato a zero e scacciato.

Maurizio Galbajo

764- 787

Forse nato in una famiglia contadina ad Eraclea, borgo a Nord della laguna, tenne un Dogato fra i più lunghi della storia veneziana.

E’ verosimile che, tramontato l’astro longobardo, egli contasse sull'appoggio di Bisanzio per far fronte al cesaropapismo: ottenne infatti dall'Imperatore d'Oriente la doppia nomina di Magister militum e di Ipato suscitando anche la dura rappresaglia di Desiderio, strumentalmente nominato da Adriano I  Eclesiae Defensor. Costui, però, non onorò i patti; attaccò i territori della Chiesa e l’Istria; prese in ostaggio Giovanni Galbajo per ricostituire il Regno d’Italia.

Sia il Papa Adriano I che Maurizio sollecitarono l’intervento di Carlo Magno per riaffermare lo status quo e liberare il Prigioniero.

Sconfitti i Longobardi nel 774, però, il Sovrano franco rivendicò la titolarità delle terre ecclesiali, rivelandosi più pericoloso anche di Desiderio. Pertanto, il Doge rafforzò i legami con Bisanzio ed associò il figlio nell’incarico. Parallelamente, Carlo Magno progettava la costituzione del Sacro Romano Impero con danno e pregiudizio degli interessi veneti: nel 785 i Mercanti della Serenissima furono espulsi dalla Pentapoli con la pretestuosa accusa di commercio di schiavi e con gravissimi danni alle attività nell’Alto Adriatico.

Ogni possibile reazione di Maurizio a tali soverchierie, fu stroncata dalla morte nel 187.

Giovanni Galbajo

787- 803

Non fu eletto: essendo già associato, tenne la guida del Dogato per diciassette anni durante i quali fu impegnato dal desiderio di rivalsa contro il Patriarca di Grado Giovanni IV, responsabile dell’ espulsione dei Mercanti veneziani dalla Pentapoli. Fronteggiò anche le pretese dei Franchi che, già padroni dell’Istria, erano decisi ad annettere ulteriori insediamenti lagunari: Bisanzio si astenne dall’invio di aiuti poiché l’Imperatrice Irene era presa dal vano tentativo di alleanza matrimoniale con Carlo Magno.

Il Doge associò il figlio Maurizio e, anche se politicamente isolato dal sospetto di una inclinazione monarchica, irruppe su Grado; ne rapì il Patriarca; lo uccise; lo sostituì col nipote Fortunato che, appena insediato, congiurò contro il Dogato col supporto dei Maggiorenti del partito filofranco. Scoperto, però, riparò a Treviso donde mantenne le fila dell'opposizione deponendo, nell'803 dalla sua base di Malamocco, Giovanni e Maurizio e costringendoli all’esilio e alla fuga prima a Mantova e poi alla Corte di Carlo Magno.

Obelerio Antenoreo

803- 810

Figlio di Encagilio e forse proveniente da Malamocco, fu il nono Doge della Repubblica.

Esponente di spicco del partito filofranco, eletto Tribuno di Metamauco e coinvolto alla fine del mandato di Giovanni Galbajo nell’insurrezione sollevata dal Patriarca Fortunato di Grado, fu costretto a fuggire a Treviso e a porsi sotto protezione franca ma seguitò, anche dall’esilio, a tramare contro il Doge rientrando a Metamauco solo dopo la sua deposizione.

Nell’804 fu eletto e presto associò il fratello Beato, amico dei Bizantini.

Le continue tensioni tra fazioni erano intanto degenerate in un regolamento di conti tra la filo/ orientale Eraclea e la filo/franca Equilio, a causa della occupazione da parte della prima, delle terre sottomesse all'autorità dell’esule Patriarca di Grado.

I due fratelli distrussero Eraclea e deportarono a Metamauco i Notabili di entrambi i centri in conflitto, reintegrando Fortunato nella sede episcopale ma assumendo il controllo dei suoi territori, affidati a Gastaldi.

Sedata l'opposizione filo-bizantina, nell’805 Obelerio si pose sotto la protezione di Carlo Magno con un gruppo di città dalmate; ma la reazione del Basileus Niceforo I fu durissima: nella primavera successiva una Flotta comandata dal patrizio Niceta, riconquistò la Dalmazia ed attuò il blocco della laguna: il Patriarca fuggì e i due Dogi si sottomisero alla Corona d’Oriente, inviandole in ostaggio i capi della fazione filofranca.

Obelerio ottenne il titolo di Protospatario, ma Beato seguì Niceta a Bisanzio, ove fu accolto con favore ed insignito dei titoli di Dux e di Ipato.

Tornato in patria, egli ed Obelerio associarono il germano Valentino.

Nell’809 una nuova Armata orientale col nobile Paolo giunse a Metamauco per utilizzarla come base per la conquista di Comacchio e per aprire trattative col nuovo Re d’Italia Pipino.

Fllite la spedizione militare e le ipotesi diplomatiche, costui invase il territorio veneziano ed attaccò la laguna dal mare, mentre un'Armata di terra occupava Grado.

Cadute Caorle, Equilio ed Eraclea, la difesa si concentrò sulla capitale e sui centri più interni.

Consigliato dal patrizio Angelo Partecipazio, i tre fratelli trasferirono il governo a Rivoalto mentre i Franchi conquistavano Albiola ed assediavano Metamauco.

All’inizio dell’estate, la notizia dell'approssimarsi della Flotta d’Oriente li indusse ad un assalto finale ma, sconfitti, ripiegarono sulla Dalmazia abbandonando l’impresa per sfuggire al nemico.

Alla fine dell'810 Valentino ed Obelerio furono deposti e consegnati al Legato di Bisanzio Arsacio. Beato, invece, fu confinato a Zara conservando la carica dogale fino alla morte, avvenuta nell’811.

Obelerio fu trasferito a Costantinopoli e vi restò per i successivi vent’anni. Nell'831 riuscì a fuggire e ad imbarcarsi per l'Italia: giunto a Vigilia, convocò i propri sostenitori per reclamare il soglio occupato da Giovanni Partecipazio, le cui truppe disertarono in suo favore.

La reazione fu terribile: date alle fiamme la città, costui ordinò la cattura e la decapitazione di Obelerio la cui testa fu piantata su un palo sul limite lagunare di Camplato, al confine con il territorio dell’Imperatore Lotario, dal quale era stato forse segretamente aiutato.

Angelo Partecipazio

810- 827

Dopo la Pace di Aquisgrana, Carlo Magno non accampò mire sui territori di Venezia, della cui difesa fu protagonista il grande Terriero di Eraclea.

La riedificazione di Torcello, Burano, Eraclea e Rialto fu accompagnata dalla realizzazione del Canal Grande e dall’alloggio della sede dogale a Rialto. Mentre ristrutturava la città e progettava di rendere ereditaria la carica dogale, pur  affiancato da due Tribuni nell'amministrazione della Giustizia, Angelo associò al governo il figlio secondogenito Giovanni poiché il primogenito Giustiniano, che reagì duramente alla scelta, si trovava a Costantinopoli.

Per non inimicarsi il Basileus, allora, il Doge sollevò dalla carica il designato e lo sostituì col ribelle e con il terzogenito Agnello; ma, non pago, Giustiniano pretese l’esilio di Giovanni a Zara onde prevenirne il sostegno franco. Costui, infatti, si recò a Bergamo per rappresentare le proprie esigenze al Sovrano d'Occidente Ludovico il Pio ma, ricondotto a Venezia su ordine del governo, fu portato come ostaggio alla Corte orientale con  viva indignazione di Lotario che ordì una congiura con Fortunato di Grado, da poco reintegrato nel Patriarcato.

La gran parte dei cospiratori fu scoperta e condannata a morte.

Angelo morì nell'827 e gli successe il figlio Giustiniano.

Giustiniano Partecipazio

827- 829

Mandato dal padre in missione a Costantinopoli, consolidò i legami col Basileus Leone V l’Armeno e ne ricevette il titolo di Ipato, le reliquie di San Zaccaria e denaro sufficiente ad erigere per il Santo una chiesa e un convento. Durante la sua assenza, intanto, veniva associato al Dogato il fratello Giovanni. Ottenutane la deposizione, Giustiniano ne pretese anche il confino a Zara; ma la vicenda era tutt’altro che conclusa: il defenestrato si appellò all’Imperatore Ludovico che, per non turbare i rapporti con Veneziani e Bizantini, lo riconsegnò.

Risolta la spinosa vicenda familiare col confino di Giovanni a Costantinopoli, il Doge fu oggetto della sventata congiura del Patriarca Fortunato di Grado i cui complici: Giovanni Tornarico e Bono Brandesso, furono giustiziati.

Il Primate riparò in territorio imperiale e la sua Cattedra fu occupata dall’Abate di San Servolo Giovanni V ma, cinque anni più tardi, costui rinunciò alla carica e fu sostituito con Venerio Trasmondo.

Nel frattempo, in Oriente Michele il Balbo aveva spodestato Leone Isaurico.

Partecipazio inviò il figlio Angelo II a confermargli la fedeltà veneziana ma, nel corso del soggiorno a Costantinopoli, costui morì. Parallelamente, il Basileus ottenne il sostegno militare della Serenissima contro i Saraceni di Sicilia e l'Imperatore Lotario convocò a Mantova un’assise che ristabilisse il primato del Patriarcato di Aquileia su Grado: il Concilio deliberò la dipendenza anche delle Diocesi istriane alla potestà del Metropolita Massenzio e a nulla valse l'appello rivolto da Venerio Trasmondo ad Eugenio II.

Fu di quei giorni, in coincidenza col decesso del Papa, un evento eccezionale: ad Alessandria d’Egitto, incaricati dal Doge, i Mercanti Buono di Malamocco e Rustico di Torcello corruppero due Monaci e trafugarono la salma di San Marco Evangelista cui, da ben sette secoli, la tradizione attribuiva l’evangelizzazione delle genti lagunari.

Le spoglie giunsero il 31 gennaio dell’828 e rilanciarono il prestigio del Dogato.

Il Santo fu eletto Patrono della città col bizantino San Teodoro, accanto alla cui cappella palatina il Doge volle il primo nucleo della basilica di San Marco. Poi, sentendosi prossimo alla fine, richiamò il fratello Giovanni da Costantinopoli e lo designò correggente.

Giovanni Partecipazio

829- 836

Il suo fu un Dogato turbolento, soprattutto per le lotte interne all’Aristocrazia.

Il primo dei suoi problemi, infatti, fu l'imprevedibile ritorno del deposto Obelerio Antenoreo che, sbarcato a Vigilia con un manipolo di fedelissimi dopo vent’anni di esilio, reclamò il pur prescritto diritto dogale. Al fine di prevenire disordini e complotti, Giovanni lo fece arrestare e decapitare con l'obbligo di esposizione della testa e fece poi radere al suolo Malamocco, sua città di elezione; ma, gran parte dell’Aristocrazia veneziana, intollerante al consolidamento del suo potere, reagì costringendolo a riparare presso Lotario.

Il soglio fu, allora, per sei mesi occupato dal Tribuno Pietro Caroso finché, sostenuto dai Franchi il Vescovo di Olivolo Orso Partecipazio, Giovanni Marturio e Basilio Tribuno fecero accecare l’usurpatore; giustiziarne il complice Domenico Monetario e consentire al Doge il rientro a Venezia.

Fu un ritorno di breve durata: l’assolutismo di Giovanni, venuto a patti con i Pirati slavi contro gli interessi dei Mercanti veneziani, provocò una ulteriore reazione della Nobiltà: una sera dell'836, i Mastalici gli tesero un agguato; lo catturarono; lo tosarono e lo costrinsero a consacrarsi chierico a Grado, ove poco dopo si spense.

Pietro Tradonico

836- 864

Tredicesimo Doge della Repubblica di Venezia, pur provenendo da un’aristocratica famiglia di Pola, era del tutto analfabeta e firmava i documenti ufficiali col signum manus.

Appena eletto, associò il figlio Giovanni; entrò in conflitto con i Saraceni che avevano preso Bari e Taranto e che sconfissero l’Armata navale veneta nella Battaglia di Sansego; contrastò con scarso successo i Pirati dell’Adriatico, ma guadagnò la stima della Corona bizantina che lo nominò Spatario ed Ipato, e di Lotario I il quale, nell’840, con l’omonimo Patto riconobbe l'autonomia di Venezia ed il suo dominio sulla laguna fino ad acquas salsas. Tuttavia, il 13 settembre dell’864, il Doge fu assassinato all'uscita dalla messa dalla chiesa di San Zaccaria.

I sicari furono condannati in parte a morte, in parte all’esilio mentre l’associato Giovanni era già morto.

Orso I Partecipazio

864- 881

Subito dopo l’assassinio di Tradonico, ascese al soglio Orso I Partecipazio, figlio di Giovanni e Vescovo della Diocesi di Olivolo.

Dopo avere associato il figlio Giovanni II, egli fece ricostruire la cattedrale già dedicata ai Santi Sergio e Bacco trasformandola nella basilica di San Pietro di Castello e contrastò le incursioni dei Saraceni e dei Pirati nell’Adriatico, spegnendosi nell’881.

Giovanni II Partecipazio

881- 887

Designò correggenti molti suoi figli e fratelli per fissare una successione dinastica, ma gli premorirono tutti. Reputato un nepotista, cercò di avere per il germano Badoario il governo di Comacchio, ma il Conte locale Marino lo catturò e lo rimandò a Venezia, ove morì. Il Doge, allora, irruppe nella regione e la conquistò, restituendola solo a fronte della scomunica irrogata dal Papa su Venezia.

Ammalatosi gravemente, poi, associò i fratelli Pietro ed Orso: l’uno si spense; l’altro rifiutò la dignità dogale. Pertanto, nell’887, egli abdicò spegnendosi poco più tardi.

Pietro I Candiano

887- 887

Il suo fu uno dei più brevi Dogati della Storia: cinque mesi.

Acclamato non dal Popolo ma dalle più influenti famiglie aristocratiche nell’aprile dell’887, si propose mediatore fra le diverse fazioni politiche e si lanciò in una campagna contro la Principalità della dalmata Pagania, quartier generale dei Pirati narentani.

Postosi alla guida di un’Armata di dodici galee, dopo aver affondato cinque navi nemiche, attraccò nel porto di Morko spingendosi nell'entroterra ma fu sconfitto ed ucciso nella battaglia del 18 settembre dell’887.

Pietro Tribuno

888- 912

Assurto al Dogato nell’888, quando l’elezione tornò al Popolo; estratto da una prestigiosa famiglia veneta; iniziatore della costruzione del campanile di San Marco, fu eletto durante il  crollo dell’ Impero franco ed ebbe dai concittadini il titolo di Onorifico e pieno di ogni bontà per essere stato l'artefice della opposizione alla invasione ungara di Altino, Treviso e Chioggia.

Il Basileus bizantino lo designò Protospatario ed i Veneziani lo acclamarono Liberatore.

Morì nella primavera del 912.

Orso II Partecipazio

912- 932

Corteggiato dal Papato per le sue imponenti ricchezze, fu dichiarato Baduario, ovvero figlio di Costantinopoli. Sotto di lui, per la prima volta e con l’autorizzazione del Re Rodolfo d’Italia, Venezia esercitò il diritto a battere moneta con zecca locale.

Appena eletto, incaricò il figlio Pietro di stringere i rapporti col Basileus ma, nel viaggio di ritorno, egli fu preso prigioniero dal croato Miroslav che lo consegnò al Re Simeone di Bulgaria. Costui, a sua volta lo cedette a fronte di un esoso riscatto, reso possibile dalla mediazione del Diacono Domenico di Metamauco cui, in compenso, fu assegnata la Cattedra vescovile.

Il Dogato fu comunque tormentato dalle attività piratesche dei Dalmati, dei Saraceni e dei Narentani.

Nel 932, Orso si ritirò nel monastero di San Felice in Ammiana e vi si spense poco dopo proclamato Beato dalla Chiesa.

Pietro II Candiano

932- 939

Il suo fu un Dogato autorevole ed energico: consolidata l’egemonia veneziana nei confronti di Comacchio e Ravenna, la estese ai territori istriani fino a pretendere un tributo annuo di cento anfore di vino. Alla richiesta si oppose il Duca Vintero di Capodistria che impose il blocco alle attività commerciali ai Mercanti di Venezia.

La pace intervenne per la mediazione del Patriarca di Grado.

Pietro Badoer Partecipazio

939- 942

Ventesimo Doge di Venezia e figlio di Orso II, morì a tre anni dall’insediamento senza che il suo Dogato assumesse iniziative di rilievo.

Pietro III Candiano

942- 959

Quando il Doge detto Petrone fu eletto dall’Assemblea popolare, pur consolidato il veto alla trasmissione per consanguineità, egli riuscì a spianare la via ai discendenti.

Nel 944 impose il blocco navale al Patriarca di Aquileia in difesa del Patriarca di Grado, prima di organizzare due spedizioni contro i Pirati narretani e di chiedere privilegi ed esenzioni commerciali al Re d’Italia Berengario II.

Ebbe diversi figli: il maggiore, suo omonimo, chiese di essere associato, ma s’inimicò la Popolazione al punto che, se con fatica il padre riuscì a salvargli la vita, non potette risparmiargli l’esilio.

Il mandato di Pietro III fu segnato dalla liberazione delle dodici vergini rapite e proiettate verso i mercati levantini dai Pirati narentani durante la processio scholarum celebrata il 2 di febbraio: a fronte dell’evento, il Doge guidò la Flotta all’inseguimento degli aggressori, poi massacrati nella laguna di Caorle.

Nel 959 il figlio, esule presso Berengario col quale partecipò alla guerra contro Teobaldo di Spoleto, marciò su Venezia: con la complicità del Marchese Guido di Ravenna depose il Doge/padre.

Pietro IV Candiano

959- 976

Primogenito e correggente di Pietro III, deposto il padre si autonominò Doge e, come primo atto politico, fece arrestare ed accecare per simonia il Vescovo dell'Olivolo, inimicandosi la Corona bizantina che lo teneva assai da conto.

In giugno del 960, riunita l'Assemblea popolare, emanò una legge di bando della schiavitù e, ripudiata la moglie Giovanna, costretta ai voti nel convento di San Zaccaria, nel 966 sposò in nozze saliche la nibelunga Waldrada che, quale nipote dell’Imperatore Ottone I, disponeva di cospicua dote: ampi possedimenti nel trevigiano, in Friuli e nel ferrarese.

Successivamente, pilotò l’elezione del figlio Vitale dal Patriarcato di Grado al soglio metropolita di Venezia e destinò la figlia a nozze con Tribuno Memmo.

Il 2 dicembre del 967, il Doge ottenne dall'Imperatore d’Occidente il rinnovo di un’ampia serie di esenzioni e privilegi commerciali per i Veneziani in generale e per sé in particolare, così accentuando i dissapori con l’Impero bizantino il cui Basileus Giovanni, a fronte dei suoi traffici commerciali con i Saraceni, nemici dichiarati dell’Impero, minacciò pesanti ritorsioni.

Morto Ottone I nel 976 e subentratogli Ottone II, della rivolta tedesca profittarono i Veneziani che, stanchi delle vessazioni fiscali, appiccarono un devastante incendio al palazzo nel quale il Doge si era asserragliato col figlio Pietro.

I cadaveri di entrambi furono gettati nel mattatoio pubblico e sopravvisse la sola Waldrada, cui fu lasciato il diritto all’eredità coniugale per la protezione fornitale dall’Imperatrice Adelaide, vedova di Ottone I.

L’altro figlio: Vitale, si rifugiò in Sassonia.

Pietro Orseolo I

976- 978

Fu eletto quale discendente della romana Gens ursia e quale fiancheggiatore della reazione popolare contro il predecessore.

Sposato a Felicia Malipiero, ne ebbe un maschio che gli successe nel Dogato ed una femmina che andò sposa a Giovanni Morosini.

Per mantenere le relazioni con l’Impero tedesco, assegnò i beni familiari alla consorte del Predecessore, sopravvissuta alle esecuzioni sommarie del marito e del figlio, e ricostruì Venezia che abbandonò nella notte del 1° settembre del 978, per ritirarsi in un monastero nella catena dei Pirenei.

La Chiesa lo canonizzò e proclamò santo.

Vitale Candiano

978- 979

Il suo fu un Dogato di transizione: forse figlio del Doge Pietro III Candiano, fu eletto dall’ Assemblea popolare nel settembre del 978 dopo l’abdicazione di Pietro Orseolo, quando i rapporti tra Venezia e l'Impero d’Occidente erano tesissimi a causa dell’assassinio di Pietro IV Candiano, il cui dispotismo era avallato da Ottone II.

Appena insediato, egli incaricò il fratello Pietro Patriarca di Grado di mediare il perdono per i Veneziani ma, quattordici mesi dopo, gravi motivi di salute lo indussero a rinunciare al potere ed a ritirarsi nel convento di Sant'Ilario, ove presto si spense.

Tribuno Menio o Memmo

979- 991

Ricchissimo; sposato a Marina, figlia di Pietro IV Candiano e padre di Maurizio, essendo del tutto analfabeta, firmò col signum manus gli atti di un Dogato connotato da sanguinose faide familiari.

Il 7 giugno del 983 Ottone II rinnovò i privilegi commerciali; ma le tensioni tra la consorteria filoimperiale capeggiata dai Coloprini e Candiano e quella partigiana del Basileus bizantino guidata dai Morosini e dagli Orseolo degenerarono nell’assassinio di Domenico Morosini.

Per eludere rappresaglie gli Uni ripararono a Verona, sotto la protezione di Ottone che vietò i commerci con Venezia e la assediò.  Vano fu il tentativo del Doge di far intervenire Costantinopoli, inviandovi il figlio Maurizio. Le vendette, anzi, si incrociarono: i Morosini saccheggiarono i palazzi dei nemici ed i Popolani di Cavarzere insorsero contro Venezia, assalendola col Vescovo di Belluno. Morto l’Imperatore il 7 dicembre del 983, i Coloprini furono perdonati e riammessi in città, ove tre di essi furono uccisi mentre il capofamiglia Stefano restò sotto l’ègida del Duca di Toscana. Incapace di recuperare i rapporti con la Corte bizantina e di far fronte ad una situazione politica sempre più precaria, Tribuno Memmio nel 991 fu costretto ad abdicare e, ritiratosi nel convento di San Zaccaria, vi si spense nello stesso anno: la basilica di San Marco era già divenuta per decreto proprietà dogale e le funzioni ecclesiastiche erano state affidate ad un Primicerio.

Pietro Orseolo II

991- 1009

Figlio di Pietro I Orseolo, fu eletto trentenne dall'Assemblea popolare e fu forse il primo, grande Doge della Repubblica.

Nel marzo del 992 ottenne dai Basileus orientali Basilio e Costantino una Crisobolla di conferma dei precedenti privilegi commerciali ed immunità. Analoghi privilegi gli furono accordati dal dodicenne Imperatore d’Occidente nello stesso anno. Sottratte ai Saraceni Bari e Taranto per Bisanzio e per il Papato, con abile talento diplomatico Pietro favorì i commerci; fece aprire nuovi scali e mercati lungo i fiumi che collegavano l’entroterra trevigiano e brentano; abolì i dazi sull’ importazione del sale.

Conclusi accordi economici con i Primati di Belluno e Treviso e con molti Paesi saraceni, nel 966 invitò a Verona Ottone III perché gli battezzasse il figlio terzogenito, cui impose il nome del Padrino. Nello stesso anno allestì una pesante spedizione contro i Pirati narentani che, sconfitti, minacciarono i Dalmati.

Fra il 998 ed il 1000 il Doge annientò i Ribelli estendendo il protettorato veneziano sulla Dalmazia ed Istria. Assunto il titolo di Dux Dux Veneticorum et Dalmaticorum ed introdotta la festa dello Sposalizio del mare, nel 1002 soccorse a Bari i Bizantini dall’assedio arabo.

Ricevuta dal nuovo Sovrano d’Occidente Enrico II la conferma dei privilegi commerciali di Venezia, gli fece battezzare l'ultimo nato.

Nel 1001, alla presenza del Basileus Basilio II, fece sposare il figlio Giovanni con la Principessa orientale Maria Argira e nel 1004 lo associò al soglio dogale; ma, nel 1007, la peste stroncò la vita degli sposi e assunse la correggenza il quattordicenne Ottone, mentre il primogenito Orso impegnava la Cattedra episcopale di Torcello.

Il Doge fece ricostruire Grado; abbellì Eraclea; restaurò la basilica di San Marco e il Palazzo ducale: la sua intensa attività politica, diplomatica, militare, sociale ed urbanistica fu arrestata dalla morte nel settembre del 1009.

Nel perdurare del mandato, per la prima volta la Flotta veneziana issò il gonfalone di San Marco benedetto dai Patriarchi di Aquileia e Grado e da Papa Silvestro II, asceso al soglio pontificio per volontà di Ottone III.

Ottone Orseolo

1009- 1026

Nel 1009, già correggente del germano Giovanni, il quindicenne Ottone ascese ai fasti del Dogato ponendo in atto un nuovo tentativo di imporre la discendenza. Due anni dopo sposò la Principessa Elena Maria di Ungheria avendone il figlio Pietro che, nel 1038, fu designato erede al trono dallo zio materno Stefano d’Ungheria. In seguito, il sodalizio ungaro/veneziano giustificò le pretese dei Sovrani magiari sulla Dalmazia veneta.

Nel 1017 il Doge costrinse il Vescovo di Adria a restituire alla Serenissima le città di Loreto e Fossombrone e nel 1018 allestì una importante spedizione contro i Pirati croati. Nello stesso anno i giovanissimi fratelli Orso e Vitale divennero rispettivamente Patriarca di Grado e Vescovo di Torcello, ma l’irregolarità delle nomine fu denunciata a Benedetto VIII da Poppone di Aquileia che saccheggiò Grado e ne espulse il rivale, spianando la via all’insurrezione contro i due germani, presto reintegrati nel ruolo.

Quasi parallelamente, in coincidenza con l’insediamento di Corrado II e di Giovanni XIX, fu designato Vescovo di Olivolo il diciottenne Domenico Gradenigo.

La ferma opposizione del Doge alla nomina scatenò una dura rivolta capeggiata da Domenico Flabianico: Orseolo fu destituito; rasato di barba e capelli ed esiliato a Costantinopoli, mentre Orso fu espulso da Grado.

La seconda destituzione favorì l’elezione di Pietro Barbolano, deposto nel 1031.

Richiamato in patria, ove giunse scortato dal fratello Vitale, mentre Orso recuperava il Patriarcato di Venezia, Orseolo si spense nel corso del viaggio e gli successe il cugino Domenico, cacciato dall’ Assemblea popolare.

Pietro Centranigo

1026- 1031

Eletto nel 1026, amargine della drammatica deposizione di Domenico Orseolo, invano tentò di ottenere il rinnovo dei privilegi commerciali da Corrado II che aveva, intanto, costretto Giovanni XIX a convocare un sinodo per confermare la supremazia di Poppone d’Aquileia sul Patriarcato di Grado: Patriarchali nomine utebatur.

Il Basileus Romano Argiro aizzò gli Ungheresi che, per effetto delle nozze di Ottone Orseolo con Elena Maria d’Ungheria, accampavano diritti sulla Dalmazia veneziana.

Minacciata nei propri interessi, l’Assemblea popolare reagì deponendo il Doge ed esiliandolo a Costantinopoli.

Domenico Flabianico

1032- 1042

Il Dogato restò vacante per un anno: si tentò invano di reintegrare Ottone Orseolo, anch’egli esule a Costantinopoli: nel 1032 egli morì e gli subentrò il ricco Setaiolo Domenico Flabianico, il cui mandato si distinse per l’espansione agricola dell’entroterra del Po.

Nello stesso anno furono eletti per la prima volta due Consiglieri ducali chiamati ad impedire la formazione di un governo monarchico e a limitare i poteri di una sovranità dittatoriale.

Domenico Contarini

1043- 1071

Trentesimo Doge veneziano, conquistò Zara ed ottenne dal governo di Bisanzio il titolo di Archiproto e poi di Magister; favorì il potenziamento dell’agricoltura nell’entroterra; ampliò la Flotta e continuò la costruzione della basilica di San Marco.

Morì nel 1071.

Domenico I Silvo

1071- 1084

Fu chiamato a succedere a Contarini: già Ambasciatore di Venezia presso Enrico III e poi sposo di Teodora, sorella dell'Imperatore d'Oriente Michele VII, egli strinse i legami con Bisanzio irritando Gregorio VII. Così, mentre il Papa eccitava Normanni, Croati e Ungheresi contro Venezia, questa fu costretta a difendere i propri interessi e quelli di Bisanzio: alla prima vittoria conseguita Durazzo, però, seguì la sconfitta di Corfù ove l’Armata navale repubblicana colò a picco ed i sopravvissuti furono deportati dai Normanni d’Altavilla.

La collera dei Veneziani, aggravata dall’invio da parte del governo bizantino della Crisobolla del 1082: una legittimazione del diritto di trasmettere il Dogato ai discendenti, si abbatté sul Doge accorso, peraltro, in aiuto di Alessio I Comneno contro Roberto il Guiscardo.

Destituito, dopo che l’avversario nel 1084 affondò la sua Flotta, fu costretto a prendere i voti spegnendosi nel 1087.

Vitale Falier

1084- 1095

Membro del Minor Consiglio, ovvero quel gruppo di Notabili consultati dal Doge per le questioni più importanti, animò la rivolta che portò alla destituzione del Predecessore e, da quel momento, il Consiglio fu detto Minor per la forma oligarchica che ispirò il Dogato.

Guidata la rivincita sui Normanni, sconfitti a Butrinto, ottenne dal Basileus Alessio I Comneno, il titolo di Protosevasto e di Duca di Dalmazia e Croazia malgrado il Re Ladislao d'Ungheria fosse divenuto anche Sovrano dei Croati.

La zecca veneziana poté iscrivere sulle monete San Marcus Venecia, oltre al nome dell'Imperatore. Il prestigio di Falier, tuttavia, fu piagato dalla carestia e da una serie di infausti eventi naturali che lo resero assai impopolare.

Spentosi nel dicembre del 1095, nell’anno in cui Urbano II bandì la prima Crociata, fu il primo Doge ad essere effigiato in un mosaico di fronte all'altare maggiore della Basilica.

Vitale I Michiel

1095- 1102

Estratto da una delle dodici famiglie apostoliche e sposato con Felicia Corner, non concesse l'adesione veneziana alla prima sacra spedizione. Solo quando Goffredo di Buglione mosse con un seguito di centoventi navi pisane, una scorta genovese e contingenti provenienti da tutto il Continente, egli percepì la portata economica dell’evento: per accaparrarsi vantaggi commerciali, pertanto, nel luglio del 1099 inviò un’Armata di duecentosette imbarcazioni a sostegno della campagna, affidandone il comando al figlio Giovanni e al Vescovo Enrico Contarini.

Nel successivo dicembre a Rodi la Flotta affondò navi pisane e, nella primavera del 1100, puntò verso le coste della Terrasanta: Goffredo di Buglione aveva già preso Gerusalemme ma, privo del supporto di Pisa, fu costretto a chiedere aiuti ed a scendere a patti con i Veneziani che lo concessero in cambio di un quartiere non soggetto a dazi, in ogni territorio o città conquistata.

In Italia il Doge intercedette a favore di Matilde di Toscana per l'acquisto di Ferrara, ricevendone ulteriori concessioni commerciali.

Morì nella primavera del 1102.

Falerdo o Ordelaf Falier Dodoni

1102- 1118

Figlio di Vitale Falier e proveniente dal Minor Consiglio, è raccontato come mancino: il suo nome sarebbe derivato dalla scrittura speculare.

Il suo Dogato fu afflitto da Colomanno d’Ungheria che, riconquistata Zara, si proclamò Re anche di Croazia: il conflitto veneto/ungaro durò dal 1105 al 1115 col recupero della stessa Zara e di Sebenico, ma le conseguenze si trascinarono per circa trecento anni.

Venezia, in quella fase, potenziò l’Arsenale fino a positivamente impressionare Dante Alighieri che, recatosi in visita, la cantò poi nell’Inferno (XXI- 7- 15): ...Quale nell'arzanà de' viniziani/ bolle l'inverno la tenace pece/ ...altri fa remi e altri volge sarte/ chi terzeruolo e artimon rintoppa...

Conclusa la guerra con gli Ungheresi, Ordelaf partì per la Siria dove occupò parte di San Giovanni d'Acri asportando, dal convento di Cristo Pantocrator, ori e smalti che concorsero alla costituzione del tesoro di San Marco.

Nel 1107, intanto, profittando del tradimento del Basileus, Boemondo d’Antiochia sbarcò a Valona e marciò su Durazzo che, pur bizantina, dal 1082 era di fatto sotto controllo veneziano.

La leggenda sostiene che l’immagine del marito dell'Imperatrice Irene fosse sostituita da quella del Doge pur felicemente coniugato con Matilde, sorella di Goffredo di Buglione e di Baldovino di Gerusalemme.

Detto Re dei Re e correttore delle Leggi nella concezione del potere assoluto conferito alla carica, Ordelaf fu massacrato a Zara dopo un'ennesima spedizione contro l’Ungheria.

Domenico Michiel

1118- 1130

I lustri precedenti avevano lasciato una pesante eredità: il tentativo del Re d’Ungheria di imporre la propria sovranità sulle città dalmate e la negata concessione, da parte di Giovanni Comneno, dei privilegi già accordati ai Veneziani dal padre Alessio, rese assai aspro il conflitto per la difesa delle basi della Serenissima nei porti bizantini.

Figlio dell'Ammiraglio Giovanni, che aveva guidato la Flotta nella prima crociata; nipote del Doge Vitale I; membro di una prestigiosa famiglia apostolica e militare, Domenico Michiel con uno dei primi editti, in spregio delle decisioni dell’Assemblea Generale e del Minor Consiglio che avevano abolito le correggenze e l’ereditarietà del Dogato, nominò uno dei figli ed uno stretto congiunto Venetie Presìdes, ovvero titolari del governo economico e politico in sua assenza; poi, nell’aprile del 1123, postosi a capo d’una imponente Armata, mosse in soccorso di Baldovino II di Gerusalemme, prigioniero dei Saraceni: giunto nelle acque di Ascalona, pur circondato dagli Egiziani intervenuti a difesa del Sultanato di Tiro, la assediò e ne ebbe ragione dopo cinque mesi. Solennemente accolto, ebbe dai Crociati, certi della impossibile liberazione di Baldovino, la  corona gerosolimitana ma i suoi interessi miravano a Costantinopoli la cui Corte, nel frattempo, aveva disatteso gli editti e la Bolla d'oro e consentito ai Pisani la disponibilità di un quartiere; i liberi scambi commerciali e la promessa di risarcimento nella eventualità di azioni ritorsive dei Veneziani. Messe a ferro e fuoco le isole poste sotto controllo bizantino: Rodi, Samo, Chio, Lesbo, Andro, Modone e Cefalonia, Michiel trasmise un duro segnale di guerra al Basileus Calojanni e affrontò anche la querelle ungherese saccheggiando Traù e Spalato, conquistata nel maggio del 1125.

In quello stesso mese Baldovino II fu liberato e gli accordò varie esenzioni mentre la Corona bizantina, ormai alle corde, avanzava proposte di pace e, nel 1126, emetteva una nuova Bolla d'oro rilanciando i privilegi già accordati.

Il ritorno del Doge a Venezia fu, pertanto, trionfale: da quel momento egli si dedicò alla politica interna condizionando la diffusa criminalità; vietando ogni sorta di travestimento; facendo illuminare, a carico dei Curati, tutte le edicole o capitelli votivi per prevenire il malaffare in calli e campielli.

Nel 1130, infine, abdicò e presto si spense.

Pietro Polani

1130-1147

L’elezione di Pietro Polani, trentaseiesimo Doge e sposo di Adelasa Michiel, figlia del Predecessore, fu invano contrastata dalle famiglie Badoer e Dandolo.

Sensibile alla politica interna, egli trascurò le vicende estere consentendo agli Ungheresi di riconquistare Sebenico, Traù e Spalato fra il 1133 e il 1135; ai Padovani di espandersi in laguna nel tentativo di abbattere il monopolio veneziano del sale; agli Anconetani di allargarsi verso Nord, su sollecitazione del Papa aspirante al predominio veneto, nella prospettiva di un supporto logistico mirato alla conquista dell’Oriente.

A fronte della complessa situazione, la Serenissima, pertanto, riunì un’assise di sostegno alle decisioni dogali e legiferò il ruolo del Minor Consiglio mirando alla preminenza della logica di Stato sugli interessi delle famiglie.

Le decisioni adottate dal Doge, d’intesa con la nuova struttura, furono: disinteresse all’appello alla seconda crociata bandita da Lucio II, con conseguente estromissione dei poteri ecclesiali dalle attività politiche; accordi sul sale con i Padovani e cessazione dei conflitti; espulsione dei Pisani da Zara; utilizzo di Fano come argine alle velleità anconetane.

Nel 1143 fu istituito il Consilium Sapientum o Consiglio dei Savi: trentacinque  Senatores vi erano chiamati a tutela de l’onore e l’utile e la salvezza della nostra patria. L’organismo, che deliberava sotto la sorveglianza dogale, fu il primo nucleo del successivo Maggior Consiglio.

Le famiglie Badoer, Falier, Michiel, Morosini e Dandolo ricompattarono il fronte di opposizione contro la politica filobizantina nella fase più acuta dell’Iconoclastia e così, quando dall’Oriente giunsero al Doge le conferme di tutte le cariche già concesse ai Predecessori e la ratifica dei vantaggi commerciali sulle isole di Candia, Cipro, Chio e Rodi, egli comminò ai Badoer l’esilio e fece radere al suolo le proprietà dei Dandolo.

In conseguenza di tali eventi e dell’appoggio fornito al Basileus, Eugenio III anatemizzò Venezia ed il suo Principe.

Polani decise allora, per ragioni ignote, di raggiungere Bisanzio ma si spense a Caorle nel 1147.

Domenico Morosini

1147- 1156

A ridosso dell’elezione, Morosini incassò la vittoria dell'Armata guidata da Naimero e Giovanni Polani a Capo Matapàn, sui Normanni capeggiati da Giorgio d'Antiochia. L’esito della battaglia gli consentì di consolidare la reputazione militare e diplomatica e di riconciliare le consorterie venute a scontro durante il precedente Dogato: le proprietà dei Dandolo furono ricostruite a carico dell' Erario; i Badoer furono risarciti e l'Ammiraglio Naimero fu invogliato a nozze con una nipote del Patriarca di Grado Enrico Dandolo.

Per effetto di tanto, il Papa revocò la scomunica su Venezia e il Morosini fu nominato Dominator Marchie.

Il Dogato, che rese Venezia terza Potenza mondiale, fu dunque amministrato con raffinata ed illuminata diplomazia confermata anche nell’attenuazione dei toni politici e militari verso l’Impero d’Oriente e l'Impero d'Occidente e verso le Repubbliche di Genova e Pisa, con concessioni di liberi dazi alla Prima e liberi scambi commerciali in Dalmazia alla Seconda.

Domenico Morosini morì nel febbraio del 1156.

Vitale II Michiel

1156-1172

Fu l’ultimo Doge eletto dall'Assemblea Generale poiché il Minor Consiglio si accingeva già a varare la nuova normativa elettorale, attribuendosi il diritto di elezione.

La situazione estera era assai critica: nel 1156 il Basileus Manuele I Comneno concesse ai Genovesi privilegi commerciali pari a quelli già assegnati a Venezia e Pisa, aggravando la tensione maturata già col governo precedente; l’Imperatore Federico I scese in Italia per imporre la propria egemonia ai Liberi Comuni e alla stessa Venezia, formalmente possedimento bizantino; la Serenissima ingaggiò una nuova guerra di conquista di Zara ed invase il Friuli, ove era riparato il filotedesco Patriarca di Aquileia Ulrico di Treffen, dopo aver distrutto Grado ed il suo Patriarcato. Nel 1163 costui fu sconfitto; arrestato e dichiarato traditore della Patria, con una sentenza che avrebbe potuto determinare una degenerazione degli eventi, se non fosse intervenuto Alessandro III il quale, in nome dell'alleanza dei Comuni italiani sancita a Pontida il 1° dicembre del 1167, ottenne il segreto appoggio di Venezia.

Ulrico fu liberato a condizione di versare un tributo diocesano costituito da dodici maiali, dodici pani ed un toro per il sostegno dei Carcerati e del Popolo minuto, da corrispondere alla vigilia delle Ceneri; ma le circostanze subirono un’ulteriore impennata alla fine del Dogato di Vitale II: nel 1171, a Costantinopoli furono arrestati circa diecimila Veneziani; revocati i trattati; negate le Bolle Imperiali; confiscati i beni della Repubblica, a partire dalle navi.

La risposta del Doge non si fece attendere: egli inviò la Flotta, ma il Basileus aveva già sancito nuove intese con i Pisani e con i Genovesi. La decimazione operata da costoro in danno dell’ Armata della Serenissima, già messa in ginocchio da un’epidemia, fu causa di una rivolta di Popolo a Venezia.

Il Doge tentò una mediazione con la Corte di Bisanzio ma, memore delle umiliazioni inflittegli da Domenico Morosini, l’Imperatore non intese ragioni.

Vitale II Michiel fu pugnalato da Marco Casolo nel monastero di San Zaccaria il 28 maggio del 1172, con la complicità degli Ambasciatori lagunari a Costantinopoli Sebastiano Ziani e Orio Mastropiero.

Sebastiano Ziani

1172- 1178

Dopo quattro mesi di vacanza istituzionale, Pietro, Enrico e Ranieri Dandolo imposero Sebastiano Ziani al Dogato presentandolo all’Assemblea generale con tali parole: questo xe misser el Doxe, che ve piaxa o ‘no ve piaxa e subordinandone l’incarico al previo assenso degli undici Consiglieri nelle decisioni politiche. La riforma, pur vigente da tempo, conferì stabilità al ruolo: il nuovo Doge, già settantenne, si insediò il 29 settembre del 1172 contro Orio Mastropiero.

Commerciante arricchito dal contrabbando del pepe e dall’usura; già Giudice, Diplomatico a Costantinopoli e Rettore di Sebenico; figlio del ricchissimo Marino Ziani; marito di tale Troila e padre di quattro figli e di una figlia verosimilmente sposata a Tancredi di Sicilia, appena insediato assunse tre iniziative che ne determinarono il successo: distribuì denaro alla folla, fra Piazza San Marco e Rivo Alto, stando seduto in una sorta di sedia detta pozzetto; fece decapitare pubblicamente l’assassino del Morosini; eliminò pregiudizi nella scelta del Doge: chiunque si fosse piegato al potere dei Savi ed avesse fatto ammenda di eventuali azioni disdicevoli, avrebbe potuto aspirare all’incarico.

Con saggezza diplomatica, poi, restituì centralità a Venezia ricucendo i rapporti con i Bizantini attraverso la protezione militare fornita alle loro navi nelle attività commerciali in Adriatico; riaprendo relazioni col Barbarossa, a vantaggio del quale impose il blocco navale di Ancona; rilanciando legami con la Chiesa, attraverso l’abbellimento della Basilica di San Marco e la disponibilità ad una più fitta presenza clericale in Venezia.

La pace con Federico I avvenne il 24 luglio del 1177: l’Imperatore condusse per le briglie la cavalcatura del Doge in piazza San Marco e sulla soglia della Basilica abbracciò le ginocchia del Papa.

Il Congresso di Venezia, dominato dalla figura di Ziani, sancì in sostanza la pace fra Lega Lombarda, Re di Sicilia, Papato e Impero precedendo l’intesa sottoscritta a Costanza nel 1183.

A margine di tanto provvido governo, onde conferire alla immagine dogale neutralità e moralità, Ziani perfezionò la legge elettorale conferendo a quattro membri del Consiglio degli Undici il diritto all'elezione di altri quaranta che, a loro volta, avrebbero posto la candidatura definitiva.

In sostanza, una graduale evoluzione costituzionale condizionò i poteri dell’Assemblea popolare nell’elezione dogale a vantaggio del Patriziato mercantile.

Fra il 1176 ed il 1179, egli fece fissare nuove regole di garanzia elettorale: a fronte della difficoltà a riunire ogni domenica l’Assemblea, composta da quattrocentottanta Nobili, decise di accogliere nelle riunioni chiunque avesse ambizioni politiche: il Maggior Consiglio eleggeva quattro persone che, a loro volta, ne designavano dieci. Costoro, formando il Tribunale dei Quarantia, avrebbero poi scelto il Doge che, non più dotato di potere assoluto, assumeva la funzione di Primo Magistrato, con prerogative limitate dalla Promissio ducalis.

Novanta anni dopo, sarebbero state introdotte ulteriori innovazioni, vigenti fino al 1797.

I Quarantia ebbero dal Maggior Consiglio la delega alle spese per la Polizia di Stato ed alla redazione dei bilanci preventivi, sottoposti all’approvazione del Parlamento.

Sebastiano Ziani abdicò il 12 aprile 1178 e morì il giorno successivo nel monastero di San Giorgio.

Si vuole che sotto di lui fossero erette da Nicolò Barattieri, nel 1172, le due colonne della piazzetta san Marco: due alti affusti di marmo e granito, posti all’ingresso dell’area marciana e sormontate dai Patroni San Marco Evangelista e San Todaro. La terza era andata perduta durante lo sbarco, con la nave che la trasportava.

Orio Mastropiero o Malipiero

1178- 1192

Come Ziani, anche Mastropiero era stato Ambasciatore a Bisanzio e Avogadore di san Marco. Uno dei suoi primi editti fu detto Promissione dal maleficio: una sorta di compendio delle Leggi vigenti ed una riconsiderazione delle pene con inversione dal penale all’amministrativo e viceversa. Con un’altra ordinanza elevò il numero degli aventi diritto al Minor Consiglio da quaranta a quarantasei per ...sodisfar la dimanda del puovolo...

Dal 1183 al 1188, però, fu coinvolto dal caos della politica estera: Alessio II, stimolato da rivendicazioni di Pisani e Genovesi che pretendevano indennizzi per le incursioni dei Veneziani, li espulse e ne requisì i fondaci, le merci ed i beni; Bela III d'Ungheria riprese Zara e cominciò a spadroneggiare sulla Dalmazia; Guglielmo II accampò pretese sul Peleponneso e sulla Grecia; Saladino conquistò Siria ed Egitto; Gregorio VIII bandì la terza Crociata; i Pisani scesero sul piede di guerra suscitando la reazione dei Genovesi.

Accadde, dunque, che i Veneziani iniziassero una guerra di corsa generale, mentre in terraferma si inasprivano le conflittualità tra Comuni e Comuni e tra consorterie interne agli stessi, ovvero Guelfi e Ghibellini: alle ragioni di belligeranza si aggiunsero quelle dei Normanni contro Pisani, Genovesi, Veneziani, Dalmati e Saraceni.

Per Venezia sembrava giunta l’ora della fine.

Il Doge non trovò di meglio che abdicare nel giugno del 1192, morendo di lì a poco.

Enrico Dandolo

1192-1205

Ripianate le tensioni con l'Impero d'Occidente; riassestate le relazioni col Basileus; attuata la riconciliazione col Papato, i commerci, gli interessi e le politiche veneziane sembrarono volgere al meglio.

Non fu così.

Enrico Dandolo entrò in scena nel contesto delle scorrerie di Pisani contro Saraceni; di Saraceni contro Genovesi; di Normanni contro gli Uni e gli Altri; di Anconetani contro i Normanni e i Saraceni; di Venezia contro tutti, a difesa di quello che era stato tradizionalmente il Mare Venetianorum.

Secondo le cronache ormai cieco, Dandolo compensò la menomazione con un governo energico e rigido, vincendo una guerra contro Pisa, solidale con la ribellione dalmata, e concludendo accordi con Verona, Treviso, Patriarcato d’Aquileia, Re d’Armenia e Imperatori d’Oriente e Occidente.

Egli fu eletto il 21 giugno del 1192, già ultraottantenne, per la consolidata esperienza; per la nota saggezza; per la incommensurata ricchezza e per un accordo fra fazioni avversarie che, aspirando tutte al soglio, proposero un anziano nella convinzione di un Dogato di transizione utile al consolidamento delle rispettive posizioni di forza.

Considerato uno dei più grandi Dogi della Storia, egli sfruttò tutti i benefici derivanti dalla quarta crociata, ottenendo per Venezia prestigiose conquiste che le valsero il dominio incontrastato del Mediterraneo.

Era già stato Ambasciatore a Ferrara e Baiulo alla Corte orientale, ove si era guadagnato il titolo di Protosevasto; aveva condotto i suoi traffici commerciali tra Venezia ed Alessandria d’Egitto; suo figlio Fantino sarebbe stato il secondo Patriarca latino di Costantinopoli; sua nipote Dandola avrebbe sposato il Re di Serbia e la sua discendenza si sarebbe arricchita di altri tre Dogi: Giovanni, Francesco ed Andrea Dandolo.

Malgrado Bisanzio gli riconoscesse privilegi e cariche onorifiche, offrendo anche le spoglie di Santa Lucia, il Doge si scontrò ancora con la Flotta pisana, appoggiata da Ancona per il predominio sull’Adriatico e affidò a Tommaso Falier l’incarico di stanare i nemici a Pola e in altre città dalmate: sconfitti, costoro tentarono di riparare a Costantinopoli ove furono, però, incalzati.

I trattati in essere tra Bisanzio e Venezia non consentirono ulteriori azioni e la vicenda si concluse nel 1195 con una insoddisfacente rivincita veneziana.

Altra sciagura accadde nel 1198 con l'ascesa al soglio pietrino di Innocenzo III che proclamò una nuova Crociata, condotta dopo il convegno veneziano del febbraio1201. Amargine delle intese sulle eventuali e future spartizioni economiche, si stabilì che nel giugno del 1202 i Crociati fossero tradotti in Oriente dalla Flotta repubblicana, previo esborso di ottantacinquemila marchi d'argento; tuttavia costoro non erano in grado di onorare gli impegni contratti.

Il Doge decise di rinunciare al denaro pattuito in cambio della presa di Trieste e Muggia e della riconquista di Zara ed assunse il comando della Flotta.

Quando il deposto Principe di Costantinopoli Alessio IV promise denaro e terre a chi lo avesse aiutato a riconquistare il potere, la sacra campagna si trasformò in una azione mercenaria e nel 1203 la Flotta del Doge e del figlio Vitale, Capitano da mar, puntò su Costantinopoli per reinsediare l’usurpato.

Il Papa scomunicò Venezia.

Era troppo tardi: Costantinopoli fu occupata e devastata in maniera disumana il 17 luglio del 1203; tutti i pretendenti in lotta per il trono furono dichiarati decaduti e l'Impero fu diviso tra Crociati spettando a Dandolo enormi vantaggi per Venezia, i tre ottavi dei territori, Candia e molte isole dell’Egeo e a Baldovino IX di Fiandra la tiara di Imperatore latino

Il Doge fu designato Signore della quarta parte e mezzo dell'impero di Romania.

Dei territori controllati dalla Repubblica fecero parte Morea meridionale, Negroponte, Epiro, Arcanania, Durazzo, Jannina, Arta, Gallipoli e Creta, venduta da Bonifacio di Monferrato.

Nell'ambito dell'Impero Latino, che si sostituì a quello greco-bizantino, Venezia assunse rilevante egemonia, assicurandosi anche il controllo di una serie di colonie e scali commerciali e garantendosi una enorme prosperità evidenziata dalla coniazione del Grosso d'argento, seguito dal Ducato: moneta di riferimento dei traffici internazionali.

Quasi centenario e consapevole forse di non poter sopravvivere al faticoso viaggio, Dandolo restò nei territori conquistati e difese Adrianopoli conquistata dai Bulgari che avevano ucciso Baldovino: restato in Oriente per contrastarli ancora, morì il 1° giugno del 1205 novantottenne e fu sepolto in Santa Sofia.

I suoi resti, riesumati il 29 maggio del 1435 dalle implacabili truppe di Maometto II, furono disseppelliti e gettati ai cani nel tentativo di negare la memoria di quel ...vecchio gigante che ha ancora la forza di galoppare, per affrontare con la sua abituale fierezza, anche l'ultimo nemico: la morte... come aveva scritto il cronista francese Goffredo di Villehardouin.

Pietro Ziani

1205-1229

Dandolo aveva imposto la grandezza militare, economica e politica di Venezia, affidata alla reggenza del figlio Ranieri. Appena appresa notizia del decesso paterno, rispettoso delle leggi costui fece un passo indietro e, malgrado i Veneziani a Costantinopoli avessero designato al Dogato Marino Zen, il 15 agosto i Quaranta Grandi Elettori elessero il ricchissimo, saggio e colto Pietro Ziani, figlio di Sebastiano.

Sposato in prime nozze a Mara Baseggio, figlia di un Procuratore di San Marco, ed in seconde a Costanza, figlia di Tancredi di Sicilia, egli governò con illuminata lungimiranza riorganizzando gli immensi territori acquisiti dal Predecessore, ponendoli sotto l’autorità dei Nobili residenti e con essi mantenendo un rigido rapporto di vassallaggio; abbandonò l'incontrollabile Epiro; occupò Corfù, Modone e Corone; riconquistò Creta tra il 1209 e 1210 perché, malgrado l’isola fosse stata acquistata da Bonifacio di Monferrato, vi si era insediato il genovese Enrico Pescatore sostituito con Jacopo Tiepolo, dopo una dura battaglia nella quale cadde sul campo Renier Dandolo.

Nel 1214 il Doge dovette armarsi contro Padova e Treviso: i pregressi rancori causati da alcuni decreti emessi da Federico II di Svevia circa concessioni, esenzioni e monopoli a favore di Venezia, si inasprirono durante il gioco estivo del castello dell'amore trevigiano: una sorta di piccola torre lignea ove erano convenute nubili in cerca di marito e dall'alto della quale giovani padovani, trevigiani e veneziani lasciavano cadere fiori e frutta per conquistarle.

Quell'anno i Veneziani gettarono ducati d'oro, scatenando una zuffa enorme degenerata nello sconfinamento e nel saccheggio di Chioggia.

In ogni caso, pur fra varie situazioni di belligeranza, Ziani si dette alla riorganizzazione del potere legislativo e politico rifondando il Consiglio dei Quaranta cui, lateralmente alla prerogativa di elezione del Doge, conferì l’incarico di cura delle controversie relative ai crimini contro lo Stato e contro la persona con gli Avogadori di Comun; istituendo per la tutela del Demanio la Magistratura del Piovego e la Magistratura dell'Esaminador, per le controversie patrimoniali private e per l'usura; stipulando la pace con i Comuni veneti e rafforzando, a scapito di Ancona e con fastidio di Gregorio IX, la diplomazia con i Comuni di orbita papale: Bologna, Fano, Fano, Fermo e Castelfidardo.

Il reale problema del suo mandato stette, tuttavia, nei Veneziani di Costantinopoli che, già ostili per la mancata elezione del loro candidato, col tempo avevano intensificato i rapporti con l'Imperatore latino Pietro di Courtenay, mentre il Sovrano di Nicea Teodoro Lascaris seguitava a rivendicare diritti successori sui territori già bizantini.

In quella ingarbugliata situazione, il Doge distaccò a Costantinopoli Jacopo Tiepolo ed abdicò nel settembre 1228, lasciando ingenti donazioni ad emarginati, orfani e vedove e spegnendosi nel marzo del 1229: si vuole che la sua rinuncia dipendesse dal mancato trasferimento del soglio dogale da Venezia a Costantinopoli: iniziativa ben sostenuta anche dal Tiepolo, ma bocciata dalla Quarantia per un solo voto.

Jacopo Tiepolo

1229-1249

Malgrado parte della Quarantia si orientasse in favore di Marino Dandolo, al punto da lasciare ipotizzare una estrazione a sorte fra i due candidati, l'abdicazione di Pietro Ziani favorì l’elezione di Jacopo Tiepolo, già Duca di Candia e Podestà di Costantinopoli; membro di una potente famiglia apostolica; marito di Valdrada, figlia di Tancredi di Sicilia; cognato del Predecessore.

Il potere legislativo all’epoca fondava su un edificio consolidato: Doge; Consiglio Ducale; Quarantia e Senato o Consiglio dei Pregadi o Consilium Rogatorium composto da sessanta membri; Maggior Consiglio, formato dai Notabili e rappresentanti delle Scole delle Arti e dei Mestieri; Assemblea Popolare.

Il Doge assunse una complessa eredità, comprensiva anche delle mire dei Vicentini e di Ezzelino da Romano, impadronitisi col favore di Federico II, di Padova e Verona per scardinare il guelfismo trevigiano e la rinnovata Lega lombarda; delle velleità di Ancona, alleata con Bela IV di Ungheria e tesa all’assedio ed al blocco navale di Costantinopoli; dell’indipendentismo degli Arconti di Creta, desiderosi d’affrancarsi dal controllo veneto.

La reazione non si fece attendere: nel 1230, Tiepolo volle garantirsi la stabilità dell'entroterra invitando lo Staufen a Venezia; ricevendolo solennemente a San Nicolò e ottenendone, per la generosa ospitalità, la conferma dei  privilegi già vigenti così aggirando le ambizioni ezzeliniane.

La Repubblica, così, riconquistò le fortezze di Creta tra il 1233 e 1234 e liberò Pola e poi Zara prima di incendiare l’Armata anconetana.

Le vittorie favorirono un’intesa veneto-ungherese sicché, tornata in patria, la Flotta rivolse attenzione alle roccaforti ghibelline smantellandole; insediandovi un Podestà di gradimento del Gran Consiglio e concludendo un accordo di vassallaggio con Ferrara, cui fu chiesta l'esclusiva sugli scambi commerciali provenienti dal mare, in cambio di monopoli e vantaggi verso l'entroterra.

Nel 1240 il Signore di Ferrara si schierò con Federico II.

Aizzati dal Papa, i Veneziani assediarono la città concludendo con gli Este, un trattato utile al controllo del commercio: tutti i generi commerciali che fossero giunti a Ferrara dall’Adriatico avrebbero dovuto transitare nel porto lagunare.

Da quel momento il Doge si dette al riordino delle leggi e dei regolamenti e, oltre a restringere la Promissione Ducale fino ad interdire alla Dogaressa l'accettazione di qualsiasi dono diverso da fiori e profumi, compendiò tutte le norme di Diritto navale nel Capitulare Navium.

Nel maggio del 1249, per ragioni ignote Tiepolo abdicò e si spense nel luglio successivo nella sua casa di sant'Agostino.

Marino Morosini

1249-1253

Già Duca di Candia e Procuratore di san Marco, fu eletto da una Quarantia di quarantuno elettori ed il suo fu un Dogato breve durante il quale, morto Federico II, Ezzelino sospese le incursioni sul territorio veneto.

Le sue maggiori iniziative ebbero carattere diplomatico e commerciale, a partire dagli accordi con Zara cui riconobbe gli stessi privilegi di Venezia, fino ad intese di non belligeranza con Ragusa, Tunisi e Genova.

Ignorò la chiamata alla sesta crociata invocata da Innocenzo IV fin dal Concilio di Lione: la floridità dei commerci con l'Egitto escludeva un conflitto col Sultano e, solo per non irrigidire ulteriormente i rapporti col Papa, concesse l'insediamento di un Tribunale d'Inquisizione con la condizione che gli Inquisitori fossero nominati dal Doge e dal Consiglio Ducale e non avessero poteri di Polizia o di Magistratura.

Marino Morosini morì il 1° gennaio 1253.

Ranier Zen

1253-1268

Il ricchissimo Zen fu eletto mentre era ancora Podestà a Fermo: era stato Consigliere ed amico di Jacopo Tiepolo durante la campagna di Ferrara del 1240; Capitano General da Mar durante la riconquista di Zara del 1244; Ambasciatore al Concilio di Lione; Podestà di Verona e di Bologna, incorrendo nella scomunica papale per aver esentato i Cittadini dalle tasse pretese dalla Chiesa.

Apprese di essere stato designato Doge dal Procuratore Marco Ziani, che lo scortò a Venezia con quattro galee. Verso la fine di febbraio del 1253, festeggiò la nomina organizzando a proprie spese una giostra di Cavalieri ma, a margine di essa, comprese che la situazione generale stava avviandosi a quella decadenza prodromica della catastrofe istituzionale: nell'entroterra padano, Ezzelino III ed il fratello Alberico da Romano avevano ripreso a spadroneggiare occupando Treviso e Padova e, nel 1257, i Genovesi distrussero e misero al sacco il quartiere veneziano a san Giovanni d'Acri, devastando il monastero di San Saba e schierando la Flotta avanti a Costantinopoli. Presa la città nel 1261, frantumarono l’Impero Latino d’Oriente e insediarono al trono Michele II Paleologo, successore di Giovanni Vatatzes, già Imperatore di Nicea.

Il Trattato Ninfeo, sottoscritto da Genova e dal Basileus interdisse di fatto a Venezia tutti gli approdi dell'ex dominio bizantino, fino alla confisca dei beni e dei quartieri in Costantinopoli.

Tra il 1254 ed il 1260, il Doge liberò Treviso e Padova e liquidò definitivamente gli irriducibili ezzeliniani a Cassano d'Adda col supporto della coalizione stretta con Treviso, Vicenza, Verona, Mantova e Papato di Alessandro IV. Parallelamente morì Ezzelino III mentre, asserragliatosi a San Zenone, Alberico vi fu massacrato con tutta la famiglia.

Nel 1255, intanto, al Consiglio dei Pregadi era stato chiesto di esercitare l’attività entro il Senato, quasi sicuramente istituito in quell’anno con funzioni riferite alla navigazione e alla politica internazionale: esso poteva essere riunito separatamente o insieme al Maggior Consiglio, del quale era membro di diritto. In seguito, assunse le più alte funzioni di governo sorvegliando altri organismi; amministrando le entrate e le uscite; emettendo prestiti; designando Legati; decidendo guerre, alleanze e trattati di pace.

I Senatori dovevano avere almeno trentacinque anni e restavano in carica per un anno, iniziandolo il 1° ottobre: erano estratti tra i Quarantia, i Savi Grandi e di Terra Ferma, gli Avogadori de Comun, i Procuratori di San Marco e il Consiglio dei Dieci, per un totale di duecentosettantacinque costituendo il nucleo autonomo della burocrazia statale.

Scelti solo in base a meriti personali, non erano rieleggibili né potevano fare campagna elettorale.

Restò comunque in bilico la situazione nel Levante, malgrado Venezia avesse recuperato il controllo della Palestina fin dal 1257 quando, alla testa della Flotta, Lorenzo Tiepolo aveva ripreso san Giovanni d'Acri dopo una sanguinosa battaglia costata migliaia di vittime genovesi; la distruzione di ventiquattro galee e la demolizione del conteso monastero di San Saba.

Ancora nel 1262, l’Armata navale di Gilberto Dandolo inflisse due gravissime sconfitte ai Genovesi di Pietro Grimaldi, al largo delle coste della Morea; tuttavia, pur non riuscendo a vincere sul mare, Genova manteneva il controllo di Caffa, del Mar Nero e della via delle spezie.

L'unica azione diplomatica che accordò respiro ai commerci veneti fu la tregua quinquennale stipulata nel 1265 con Paleologo, grazie alla mediazione di Clemente IV e di Luigi IX; ma i traffici bloccati furono causa di tensioni degenerate in sommosse contro l’introduzione di tasse sul macinato e la promulgazione di nuovi dazi sulle merci in transito: Giovanni Dandolo ferì Lorenzo Tiepolo e la circostanza assunse tale rilevanza da dividere il Popolo in fazioni che esposero il Doge al rischio di linciaggio e lo costrinsero a revocare il tributo sul macinato.

Sedati i tumulti, egli fece giustiziare una dozzina di Ribelli.

Il turbolento Dogato si concluse il 7 luglio del 1268 con la morte di Zen, che aveva promulgato anche il Codice marittimo regolando i rapporti d’impresa, gli obblighi degli Armatori, i diritti dell’ Equipaggio e le date di movimento dei convogli marittimi.

Nello stesso anno, il Maggior Consiglio regolamentò la procedura di elezione dogale con dieci passaggi alternativi di elezione e di sorteggio: quarantuno elettori designavano il prescelto.

In quel caso: Lorenzo Tiepolo.

Lorenzo Tiepolo

1268- 1275

Figlio di Jacopo; cognato di Tancredi di Sicilia; sposo di Marchesina figlia di Boemondo di Brienne; Capitano Generale da Mar ed Eroe della battaglia d'Acri, fu eletto il 23 luglio del 1268.

La sua designazione non fu dovuta alla sola notorietà ed alle enormi ricchezze, ma alla volontà unanime della Quarantia che consolidò quell’impianto elettorale restato definitivo fino alla fine della Repubblica, salvo lievi modifiche: quando il soglio si rendeva vacante, si riuniva il Maggior Consiglio; dalla sala delle riunioni usciva il Consigliere più giovane, che vi faceva rientro col primo putelo incontrato per caso; al centro dell’ambiente veniva sistemato un sacco di stoffa a forma di cappello nel quale venivano sistemate le balote, con un numero pari a quello dei Consiglieri: trenta recavano la scritta elector. Mentre essi sfilavano avanti all’urna, il balotin estraeva una biglia; i trenta estratti, che dovevano appartenere a famiglie diverse e non avere vincoli di parentela fra loro, restavano nella sala donde uscivano gli altri; rimandati al ballottaggio, essi venivano ridotti a nove che si riunivano per eleggerne quaranta tra i membri del Maggior Consiglio e con un articolato meccanismo di elezioni e selezioni, una volta raggiunto il numero di quarantuno, eleggevano il Doge. Il quorum conseguibile doveva consistere di almeno venticinque voti e, malgrado l’Assemblea popolare avesse perso peso, essa era comunque presente nel Maggior Consiglio.

Tiepolo si dimostrò abile nel gestire le decisioni del Consiglio Ducale, del Cancelier Grando -una sorta di controfigura dogale che, vestita di porpora, presiedeva la Cancelleria di Stato- e del Maggior Consiglio.

Rafforzando la festività della Sensa e lo Sposalizio con il mare, egli sancì l’egemonia assoluta di Venezia nell’Adriatico e fece costituire una squadra navale che, comandata dal Capitano del Golfo, vigilasse su tutte le navi in transito; riscuotesse i dazi; inibisse l'ingresso non autorizzato a navi armate e contrastasse il contrabbando.

Nel 1270, il Trattato di Cremona sancì la pace con Bisanzio e Genova. A causa però, di una pesante e lunga carestia ed a fronte della esosità delle gabelle, la Lega che aveva pur sostenuto Venezia nella distruzione dei da Romano, insorse con Recanati, Ancona, Cremona e Bologna la quale vantava diritto di approdo ed esenzione daziaria a Primaro.

Nell'ottobre dell’anno successivo, sconfitta, Venezia fu costretta a ritirare l'Armata a Chioggia dove riuscì a riorganizzare la rivalsa propedeutica alla tregua dell'agosto del 1273.

L'unica città a non cedere fu ancora una volta Ancona, protetta prima da Gregorio X e poi da Nicolò III.

Lorenzo Tiepolo morì il 15 agosto del 1275, con diffusa costernazione popolare: si vuole che, nel perdurare del suo mandato, verso il 1271, Marco Polo iniziasse la spedizione verso il Catai.

Jacopo Contarini

1275-1280

Figlio del Doge Domenico, Jacopo fu eletto quando era già ultraottantenne e di cagionevole salute: il suo mandato fu caratterizzato dalle frequenti rivolte in Istria, controllate da Giovanni Dandolo, e dalla incessante guerra contro Ancona, sottoposta al blocco commerciale terrestre e marittimo a causa della scomunica minacciata su Venezia da Nicolò III, i cui diritti erano stati confermati dall'Imperatore Rodolfo.

L'unico atto precedente la sua deposizione fu la legge del 1279, con la quale il Doge vietò la possibilità di entrare nel Maggior Consiglio ai figli illegittimi dei Nobili.

Costretto ad abdicare in cambio di un vitalizio il 6 marzo 1280, Contarini si spense alla fine dello stesso anno.

Giovanni Dandolo

1280- 1289

Quarantottesimo Doge; figlio dell’Ammiraglio Gilberto; già Baiulo a Tiro, Podestà a Bologna e Padova; Conte di Ossero e Arbe e Governatore d’Istria, malgrado fosse il feritore di Lorenzo Tiepolo fu eletto il 31 marzo del1280, amargine di una turbolenta assise.

Apprese della nomina proprio in Istria, nel corso di quella campagna contro Trieste sfociata in una dura guerra l'anno successivo, per le interferenze del Papa e del Patriarca di Aquileia.

Nel marzo del 1281, appena concluso il Trattato di Ravenna che poneva fine al conflitto con Ancona, una rivolta capeggiata dal greco Alessio Kakergis e fomentata da Michele VIII Paleologo infiammò Creta e costrinse Venezia ad accettare un accordo con Carlo d' Angiò e Filippo di Francia per una spedizione militare nel vicino Oriente.

L'intesa di Orvieto dello stesso anno fissava a Brindisi per il 1283 la partenza di una Armata di  quaranta galee, al comando del Doge. La partenza fu, però, impedita dall’esplosione dei Vespri siciliani e Martino V, che avrebbe voluto dirigere l’attacco contro Pietro d’Aragona per riprendersi il feudo di Sicilia, a fronte del rifiuto veneto scomunicò Dandolo e la Serenissima.

Nel marzo del 1285 un devastante terremoto e conseguente inondazione aggredirono la laguna: la catastrofe indusse Onorio IV alla revoca dell’anatema scomunica, mentre la Repubblica stipulava una fragile pace con gli Istriani e Trieste.

Due anni dopo, la guerra riprese e coinvolse tutto il Friuli, sostenuto dai Turchi. Parallelamente, si verificò la Serrata del Maggior Consiglio: ovvero la riduzione dei numero dei membri  e il consenso all’accesso per sola via ereditaria, così di fatto introducendo una evidente Oligarchia.

Opposta dal Doge, la proposta fu approvata nel 1297.

A Trieste, intanto, fu arrestato il Nobil Homo Marino Selvo: la città subì un nuovo assedio e blocco navale, ma la campagna fu interrotta dall’arrivo delle truppe di Rodolfo I di Germania, invocato dal Patriarca di Aquileia.

La ritirata veneziana valse il carcere al Comandante Marino Morosini, processato per l’ingloriosa umiliazione: solo per intercessione di Niccolò IV si convenne una debole tregua.

Il Dogato di Dandolo fu più efficace in politica interna: nel 1283, il Maggior Consiglio ratificò lo Statuta et ordinamenta super navibus et aliis lignis: il codice avviato da Renier Zen che aveva affidato a tre Saggi il compito di definire un regolamento completo sul trasporto delle merci e sul traffico marittimo a bordo delle navi della Repubblica.

Nell'ottobre del 1284 fu coniato il primo ducato d'oro, ovvero lo zecchino, con lo stesso titolo del fiorino fiorentino.

Dal punto di vista giuridico, poi, il Doge impegnò una Commissione che separasse il potere legislativo da quello esecutivo e, malgrado fermo sostenitore della causa patrizia, contrastò l’ereditarietà della nomina al Maggior Consiglio, lasciando i poteri di designazione alla Commissione Elettiva costituita da quattro membri estratti tra i Consiglieri Maggiori i quali, a loro volta, ogni anno compilavano una di lista di cento Benemeriti di età supperiore ai trent’anni e non titolari di altre cariche.

Giovanni Dandolo morì il 2 novembre del 1289.

Pietro Gradenigo

1289- 1311

Fu certamente un Doge molto importante per l’Aristocrazia locale: appartenente ad una delle famiglie apostoliche ed imparentato con i Dandolo; figlio di Marco Gradenigo; sposo di Tommasina Morosini, fu eletto il 25 novembre del1289 a trentotto anni, contro la volontà popolare incline alla acclamazione di Jacopo Tiepolo che, figlio di Lorenzo, rinunciò per il bene dello Stato ritirandosi nel trevigiano e dissuadendo i suoi partigiani da iniziative in grado di scatenare la guerra civile.

Gradenigo apprese dell’elezione da dodici Ambasciatori scortati da cinque galee, mentre era Podestà di Capodistria e, oltre a questioni di politica interna, dovette affrontare complesse situazioni estere.

Nel maggio del 1291 san Giovanni d'Acri, Tiro, Sidone e Tortosa, furono prese dal Sultano d'Egitto che liquidò la presenza latina in Terrasanta e nel luglio del 1293 iniziarono scaramucce con Genova, fino ad un conflitto causato dal  tentativo di blocco di un convoglio ligure nei pressi di Corone e concluso con la sconfitta ed il saccheggio di quattro galee veneziane.

Un'ulteriore umiliazione fu inflitta alla repubblica al largo della Cilicia, assieme al sacco del quartiere veneziano di Costantinopoli.

L'8 settembre del 1298 si combatté a Curzola: la Flotta genovese di Lamba Doria affrontò quella di Andrea Dandolo che mantenne solo undici galee, perdendone diciotto per affondamento mentre altre sessantasei venivano incendiate sotto costa e mentre venivano catturati oltre settemila Veneziani, tra cui Mario Polo che, nelle prigioni genovesi, dettò Il Milione a Rustichello da Pisa, e lo stesso Dandolo, suicida per sottrarsi ai ceppi.

La pace tra le due Repubbliche fu mediata da Matteo Visconti, Bonifacio VIII e Carlo II d' Angiò.

Le condizioni accettate furono molto dure, ma Venezia ottenne il controllo dell'Adriatico ed il traffico in Mar Nero anche se, indebolita e praticamente priva di Marina, fu costretta a trattare pure col Sultano d'Egitto al fine di mantenere la libertà commerciale con l’Oriente.

Una ulteriore onta risiedette nella sconfitta di Ferrara del 1308. Contro essa, Venezia si era mossa per restaurare il proprio primato in Adriatico: a parte la rotta inflittale dai Ferraresi supportati dalle truppe papali di Clemente V, la Serenissima e il suo Doge subirono il peso della scomunica.

Altrettanto drammatica fu la realtà politica interna: Gradenigo subì ben due gravi rivolte. La prima fu determinata dall’intento delle famiglie patrizie di imporre l’ereditarietà della presenza nel Maggior Consiglio, circostanza già opposta dal Dogato di Giovanni Dandolo ma rilanciata dalla Quarantia col pretesto che nuovi ricchi borghesi, in cambio di una certa rappresentatività, erano disposti a pagare per la nomina. Il 28 febbraio del 1297, il Doge accettò la soluzione come legge provvisoria. La disposizione, detta Serrata del Gran Consiglio, precluse ogni possibilità di accesso al resto della Cittadinanza, proponendosi come una sorta di colpo di Stato legittimato della Nobiltà. L'occasione, fornita dalla sconfitta di Curzola nel 1300, fu sfruttata da due ricchi Mercanti ma si concluse tragicamente: Marino Bocconio entrò nella sala delle riunioni con un manipolo di Armati  tentando di prendere in ostaggio i presenti che, informati, erano a loro volta attrezzati. Le porte della sala si chiusero e i Ribelli non ebbero scampo. Stessa sorte toccò a Giovanni Baldovino che avrebbe dovuto sollevare il Popolo dall'esterno. La seconda rivolta, invece, maturò in esito alla sconfitta di Ferrara quando il Comandante Marco Querini si dette alla fuga, abbandonando la roccaforte di Castel Baldo.

In quella città, intanto, era morto Azzo VIII D'Este ed era esplosa la guerra di successione tra il figlio Fresco e il nipote Folco, l’uno appoggiato dai Veneziani; l’altro, da Papa Clemente V.

La contrapposizione era degenerata in conflitto tra Papato e Serenissima, per interessi commerciali di Venezia e asseriti diritti della Chiesa: gli antagonisti si erano affrontati il 10 gennaio ed avevano usato ogni possibile elemento di difesa. Battaglie, strumenti diplomatici e scomunica, avevano fatto da sfondo alla vittoria papale a Castel Tedardo, nel 1309.

In forza delle condizioni di pace, Ferrara era stata annessa allo Stato pontificio avignonese, ma la Repubblica aveva mantenuto i privilegi sulla città ed ottenuto la revoca dell’anatema in cambio di diecimila fiorini d'oro al Primate. Tuttavia, la sconfitta subìta, aveva indotto vari centri alla ribellione: Zara per prima, aizzata dai Croati.

Il 28 agosto del 1309 la ritirata di Querini si risolse nel massacro delle sue truppe da parte dei Pontifici. La Popolazione, allora, si divise in due fazioni: l’una, nella speranza della revoca dell’ anatema, appoggiava il Comandante contro il Doge; l’altra ne esigeva la testa.

Tutti i Ribelli incapparono nell’accusa di infamia e furono esiliati.

A seguito della congiura, fu istituito il Consiglio dei Dieci cui fu assegnato l’incarico di amministrare la Giustizia e sorvegliare i Signori della Notte: una sorta di Polizia segreta forse già utilizzata da Ziani e comunque dedita allo spionaggio.

Gli scontri degenerarono in un complotto animato da Marino Bocconio e ispirato da Baiamonte Tiepolo, intenzionati con i Querini e i Badoer a cancellare le riforme introdotte con la Serrata del Gran Consiglio e a sopprimere il Doge, sostenuto dai Dandolo, dai Giustiniani e dai Michiel: al mattino del 15 giugno del 1310 i Cospiratori impegnarono le vie di Venezia al grido Libertà! Morte al doge Gradenigo!

Fu un bagno di sangue.

Informato della trama da Marco Donato, Gradenigo fece occupare piazza San Marco e le sue Guardie, respinto il tentativo di assalto al Palazzo, uccisero Benedetto Querini.

I Ribelli raggiunsero il ponte ligneo di Rialto e lo segarono in attesa dei soccorsi padovani organizzati dal Badoer ma, quando appresero che costui era stato catturato nella laguna dai Chioggiotti, affidarono le trattative al vecchio Filippo Belegno, già Consigliere dogale.

Il 17 giugno  il Maggior Consiglio ratificò il patto concluso con gli Insorti, cui fu promessa la salvezza della vita a condizione che lasciassero Venezia e che Baiamonte subisse quattro anni di esilio in Slavonia.

Caduta la Repubblica, quella cospirazione fu interpretata come un’azione mirata a restaurare la libertà e i diritti popolari e come una opposizione democratica alle soverchierie aristocratiche tuttavia, nei fatti, fu un tentativo di rovesciamento del governo per assumere un potere tutt’altro che motivato da tensioni ideali.

Badoaro Badoer fu decapitato, Marco Querini fu impiccato come infame, Baiamonte Tiepolo fuggì ma i suoi palazzi furono rasi al suolo.

Il 10 luglio successivo, per prevenire ulteriori sedizioni, il Maggior Consiglio istituì una Magistratura di dieci membri con facoltà di agire autonomamente a tutela della stabilità dello Stato. Fu questo il famoso Consiglio dei Dieci inizialmente provvisorio ed in seguito permanente. Esso restava in carica un anno; aveva tre capi scelti al proprio interno; si riuniva alla presenza del Doge, dei suoi Consiglieri e di almeno uno degli Avogadori; poteva esigere, nei processi in cui erano coinvolti personaggi importanti, la collaborazione di un certo numero di ragguardevoli cittadini. L’organismo, che all’atto costitutivo era sostanzialmente un Tribunale supremo, nel tempo acquisì nuove attribuzioni ed estese la propria giurisdizione nel campo civile, fino a diventare la prima Magistratura della Repubblica.

In definitiva: la pace veneto-genovese del maggio del 1299 fu l'atto più importante della politica estera veneziana della fine del secolo XIII ma, di estremo rilievo, fu anche la riforma del febbraio del 1297, passata alla Storia come Serrata Del Gran Consiglio. Essa stabiliva l’esclusione dal Gran Consiglio di quanti non ne avessero fatto parte negli ultimi anni e istituiva tre Elettori con facoltà di proporre altri candidati selezionati tra quelli che o non ne avevano mai fatto parte o non ne avevano fatto parte negli ultimi quattro anni. La vigenza era fissata ad un anno, ma fu poi rinnovata con norme sempre  più restrittive.

Il …Possint eligere de aliii, qui non fuissent de Majiori Consilo, circa il mandato dei tre Elettori, fu interpretato come riferito a quanti i cui antenati paterni avessero fatto parte del Consiglio.

Nel 1315 fu istituito un libro degli Eleggibili che avessero compiuto il diciottesimo anno e nel 1319 si stabilì che, trascorsi due anni, chiunque ne avesse venticinque e fosse dotato dei necessari requisiti entrasse nel Gran Consiglio: i tre elettori, ormai inutili, furono soppressi.

Pietro Gradenigo, che il Popolo chiamò Pierazzo, morì il 13 agosto del 1311 non ancora sessantenne.

L’odio per lui, simbolo dell’oligarchia, sopravvisse cinquecento anni: durante l’occupazione napoleonica, le sue spoglie furono insultate e il suo teschio, infisso in un bastone, fu fatto sfilare in segno di sprezzo.

Marino Zorzi

1311- 1312

Morto Pietro Gradenigo fu eletto il Senatore Stefano Giustinian che preferì rinunciare e ritirarsi in convento.

Al secondo turno elettorale, il 23 agosto, dopo dodici giorni di vacatio, fu designato l'ottantenne Marino Zorzi: assai modesto e mite, egli usò l’incarico per occuparsi del Prossimo e rendersi utile a Clemente V, trattando la revoca dell’anatema ancora pendente su Venezia.

Si spense, dopo undici soli mesi di Dogato, il 3 luglio del 1312 e per la sua nota bontà il Popolo lo salutò Santo.

Giovanni Soranzo

1312-1328

Eletto il 13 luglio del 1312 settantaduenne e già noto per la presa di Caffa e per la corretta podesteria esercitata a Chioggia e Ferrara grazie all'opera diplomatica di Francesco Dandolo, instaurò proficui rapporti con l’Istria e la Dalmazia ed avviò trattati commerciali col Ducato di Brabante, con le Fiandre e con l’Imperatore Tabriz: Venezia visse un periodo di prospera pace poiché egli istituì nuovi insediamenti industriali; sviluppò l’arsenale e concesse molte gratiae, seppur sotto la stretta sorveglianza dei Capi sestiere.

La Repubblica era ormai una realtà di fatto, politicamente riconosciuta: Federico d'Aragona, Re di Sicilia, inviò al Doge due leoni vivi, in onore del simbolo locale e, nell’agosto del 1321 si recò a Venezia anche Dante Alighieri, quale Ambasciatore del Signore di Ravenna Guido Novello da Polenta.

Il Doge Soranzo si spense il 31 dicembre del 1328.

Francesco Dandolo

1329- 1339

Cinquantaduesimo Doge in carica dal 4 gennaio 1329 alla morte; coltissimo; già Ambasciatore ad Avignone presso Clemente V e Giovanni XXII; coniugato con Elisabetta Contarini dalla quale ebbe tre figlie ed un maschio premortogli, Francesco Dandolo fu l'artefice della revoca della scomunica pendente su Venezia e già trattata da Zorzi: dotato di notevole talento diplomatico, espresse anche validità militare nella soluzione delle questioni scaligere, maturate quando i Signori di Verona accamparono pretese sull’entroterra veneziano, prima con Can Grande e poi col figlio Mastino II.

Due eventi importanti si verificarono nel perdurare del suo mandato: la guerra condotta con Firenze contro gli Scaligeri fra il 1336 ed il 1339, che fruttò alla Repubblica il primo possedimento nella terraferma, e la spedizione di Pietro Zeno contro i Turcomanni costituenti una pesante minaccia per il fragile Impero bizantino e per le floride colonie venete e liguri.

Tra il 1327 ed 1329 Can Grande aveva ottenuto la resa di Vicenza, Padova, Feltre e Belluno spingendosi alla istituzione di una Dogana a Malghera. A nulla era valsa la proposta di iscrizione nell’elenco dei Patrizi veneziani presentata da Mastino II che, intenzionato ad estendere i domini paterni, irruppe nella pianura Padana; intralciò la navigazione fluviale; costruì saline ai confini lagunari meridionali e occupò Brescia, Parma e Lucca.

A fronte della impraticabilità di ipotesi diplomatiche e per evitare il ricorso di ingaggi mercenari, la Serenissima reclutò tutti i Cittadini di età compresa tra i venti e i sessanta anni e, nella primavera del 1336, aderì alla lega anti/scaligera costituita da Firenze, Siena, Perugia e Bologna.

Fu guerra.

Nel luglio del 1337 aderirono alla coalizione anche Milano, Mantova, Este, Ferrara, la Boemia e la Carinzia: le pretese di Mastino naufragarono.

La pace fu sottoscritta a Venezia il 24 gennaio del 1339, previa ridistribuzione dei Comuni e territori con pregiudizio della sola Firenze cui fu sottratta Lucca.

Francesco Dandolo non ebbe tempo di gustare il successo della vittoria, poiché si spense improvvisamente il 31 ottobre del1339. Inquello stesso anno, fu definito l’acquisto del territorio della Marca trevigiana.

Bartolomeo Gradenigo

1339- 1342

Quasi parallelamente alla morte di Azzone Visconti, cui succedevano gli zii Luchino e Giovanni, l’ottantenne Bartolomeo Gradenigo: aristocratico; sposato tre volte; padre di sei figli; dotato di enorme esperienza amministrativa conseguita nella veste di Podestà di Ragusa e Capodistria e di Procuratore del Tesoro di San Marco, veniva investito della successione dogale con trentadue voti.

Era il 7 novembre del 1339: fu un Dogato sostanzialmente tranquillo, arricchito dalla graduale ripresa delle relazioni diplomatiche con Genova ma turbato dall’acqua grande che il 15 febbraio del 1340 scosse i territori lagunari, risparmiandone la Popolazione per il leggendario intervento congiunto di San Marco, San Giorgio e San Niccolò.

L’indice di popolarità del Doge fu comunque risicatissimo: distintosi per l’abitudine a trarre vantaggi familiari dalla Politica e detto Doge faccendiere, subì l’affronto dei Promissori Ducali che, il 29 novembre del 1342, pretesero l’approvazione di un decreto col quale egli e la moglie venivano interdetti dall’esercizio di qualsivoglia attività commerciale.

Il 28 dicembre dello stesso anno, Gradenigo si spense mentre già soffiavano nuovi venti di guerra. Fu sepolto nell'atrio della Basilica di San Marco, in un pregiato sarcofago in stile gotico, ricco di sculture tra cui quella della Madonna, di Gesù Bambino e dell'Arcangelo Gabriele e dello stesso Doge in ginocchio intento a pregare il Patrono e San Bartolomeo.

Andrea Dandolo

1343-1354

Uomo giusto, incorruttibile, erudito, eloquente, saggio, affabile e umano.

Così lo descrisse Francesco Petrarca.

Nato nel maggio del 1306; soprannominato Cortese, per il suo tratto umano; esponente di una famiglia di spicco del Patriziato veneto; sposo infelice di Francesca Morosini; Autore di testi, cronache ed atti diplomatici raccolti sotto il titolo di Statuta; giovanissimo Procuratore di San Marco, conseguito il Dottorato a Padova: primo Doge laureato, vi fu Docente universitario di Diritto e, a soli trentasette anni, fu investito del Dogato al sesto scrutinio il 4 gennaio del 1343, in contrapposizione a Marin Faliero. Tuttavia il suo fu un mandato infausto, connotato dalla errata decisione, nel 1344, di partecipare, con Genova, Cipro, Giovanni senza Paura e i Cavalieri di Rodi, alla crociata bandita da Bonifacio IX per contenere l’espansionismo imperiale ottomano in danno di Bisanzio e dalla ribellione di Zara, aizzata da Ludovico d’Ungheria e dal Patriarca Beltrando di Aquileia e insorta fra il 1345 ed il 1346.

I Turchi furono fermati dalla conquista di Smirne e Zara fu recuperata solo grazie all’abilità di Marin Faliero ma, il 25 gennaio del 1348, la città lagunare fu devastata da un terrificante terremoto che seminò centinaia di vittime, prima che l’epidemia di peste nera del marzo successivo decimasse i sopravvissuti, provocando una catastrofe demografica epocale e danni indicibili all’economia. Nel 1350, inoltre, Genova sodalizzò con il Signore di Milano Giovanni Visconti, deciso ad espandersi verso la Padania orientale.

Al fine di prevenire sconfinamenti, Venezia si alleò con Scaligeri ed Estensi ma dal 1353, malgrado l’infaticabile attività mediatrice del Petrarca, le ostilità esplosero incrinando fino alla rottura anche i rapporti del Doge con il Poeta per le divergenti opinioni riferite alle alleanze: una contesa locale non solo si trasformò in una guerra di enorme portata, ma indusse il Dandolo ad accusare l’amico di essere eccessivamente incline ai Visconti, suoi Mecenati ed alleati di Genova. Profittando della debolezza di Venezia, infatti, questa attaccò anche dal mare vanificando l’impegno solidale di Pietro IV di Aragona che, già alleato dei Liguri nella presa veneziana di Algesiras per il predominio della Sardegna, ottenuta la vittoria di Alghero abbandonò il campo.

Altrettanto infausto fu il sostegno dell’Imperatore Giovanni Cantacuzeno che, allarmato dallo strapotere economico genovese, pensò di recuperare vantaggi dagli antichi trattati con Venezia.

Dopo alcune vittorie riportate dall’Armata comandata da Marco Ruffini su Filippo Doria, la reazione di Genova esplose a Caffa e, successivamente, in Dalmazia ove Paganino Doria saccheggiò le isole di Curzola e Lesina e la città di Parenzo.

L’onta si abbatté sul Doge: il 7 settembre del 1354, soverchiato dal dolore, egli si spense all’ improvviso lasciandosi alle spalle le drammatiche conseguenze della peste che in diciotto mesi stroncò i tre quinti della Popolazione.

Marin Faliero

1354-1355

Entrato nel possesso di Genova e mirando ad impedire ai Veneziani di assalirla, Giovanni Visconti aveva inviato a Venezia come latore di pace Francesco Petrarca, a suo avviso in grado di coinvolgere il Doge Andrea Dandolo sia per le già vive relazioni amicali, sia per l’ammirazione di costui per la Cultura: l’8 novembre del 1353 il Poeta aveva pronunciato una vibrante orazione latina che, tuttavia, non aveva giovato alla causa e altrettanto negativo esito aveva riscosso, nel giugno successivo, una lettera: da una parte, il Doge non gradiva la presenza costante dello Scrittore presso la Corte viscontea; dall’altra riteneva che il rivale temporeggiasse per solo armarsi ai danni della Repubblica. La belligeranza, pertanto, continuò e Venezia avviò pratiche per indurre i Carraresi, i Gonzaga, gli Estensi e gli Scaligeri ad un sodalizio antimilanese.

La guerra era riesplosa violenta per terra e per mare: desiderosa di riscattare l'onta della sarda Loiera, la Flotta genovese guidata da Paganino Doria era entrata in Adriatico; aveva arrembato alcune navi mercantili reduci da Candia; aveva saccheggiato Lésina e Curzola e si era spinta fino a Parenzo, mettendola a ferro e fuoco l’11 agosto del 1354: in gioco c’erano gli interessi nell’Egeo e sul Bosforo. I Veneziani se ne erano allarmati: Dandolo aveva organizzato una energica difesa con Niccolo Pisani che, dalla Sardegna, era accorso in difesa della Patria minacciata; ma l’Avversario, che non aveva osato assalire la Serenissima ed aveva incrociato le vele verso la Grecia, fu inseguito a Portolungo, a Sud del Peloponneso, da venticinque galee mentre il resto dei legni col viceAmmiraglio Morosini provvedeva ad alcune riparazioni nel porto.

Il 4 novembre Doria aveva sfidato alla battaglia: in evidenti condizioni di inferiorità numerica, il Pisani si era sottratto mai più prevedendo che Giovanni, nipote di Paganino, catturasse la squadra del Morosini: il furioso scontro si era concluso con la schiacciante vittoria dei Liguri, che condussero a Genova l'intera Flotta nemica e circa seimila prigionieri dopo aver massacrato almeno quattromila Veneziani.

La drammatica sconfitta si era consumata mentre era Doge il settantenne Marin Falier, discendente dall'antica famiglia Faledra: eletto a quattro giorni dal decesso di Dandolo, con trentacinque voti su quarantuno, era stato raggiunto dalla notizia della designazione ad Avignone ove era Legato  presso Innocenzo IV.

Il suo Dogato fu anticipato da cattivi presagi: il 5 ottobre, il Bucintoro sul quale era imbarcato giunse a Venezia ma, costretto dalla nebbia, ormeggiò sul molo centrale. Per recarsi al Palazzo ducale, allora, egli dovette passare tra le due colonne di Marco e Todaro, al centro delle quali venivano eseguite le sentenze capitali: la circostanza fu interpretata come un pessimo auspicio.

E fu: il 4 novembre, devastata l'Istria, la Flotta genovese puntò verso l'Egeo annientando quella di Nicolò Pisani nella baia di Portolongo, mentre Venezia era angariata dalle pesanti conseguenze del precedente conflitto con Verona e dai danni sociali prodotti dal contagio di peste, causa della scarsa circolazione monetaria, del notevole aumento di povertà e della lievitazione dei tassi d’interesse fino ad oltre il 40%.

Probabilmente, il disagio diffuso ed il malcontento politico indussero Falier alla convinzione di sostituirsi alla imperversante ed incapace Aristocrazia, rendendo ereditario il trono ducale e assicurando alla propria Famiglia il dominio della estenuata Repubblica; è verosimile altresì che alle complesse valutazioni di opportunità politica si saldasse l’umiliazione personale inflittagli da un gruppo di giovani Patrizi che, capeggiati dal futuro Doge Michele Steno, evidenziarono la rilevante differenza anagrafica fra lui e la moglie Aluica e lo dileggiandolo scrivendo sulle mura cittadine considerazioni lesive della sua dignità di uomo e di coniuge: Marin Falier dalla bella mugier - altri la gaude e lu la mantien

Tutt’altro che soddisfatto dalle pene comminate agli autori dell’affronto, Falier constatò la debolezza di un regime incapace di difendere adeguatamente l’onore del suo Doge e di far fronte ai sempre più frequenti torbidi che impegnavano Nobiltà e Plebe: demolizione della potenza dei Consigli aristocratici; ricompattamento dell'autorità ducale ed aspirazione al titolo di Principe animarono il suo spirito di vendetta, ispirandolo al modello visconteo. Egli era certo che una tirannide come quella milanese sarebbe risultata più proficua per gli interessi della Repubblica di quanto non lo fosse la gestione politico/oligarchica tesa agli esclusivi vantaggi della casta. Nel progetto eversivo coinvolse alcuni Notabili, tra cui gli Armatori Bertuccio Israello; Filippo Calendario e il pellicciaio Bertrando Bergamoso.

La data del colpo di mano fu fissata al 15 aprile del 1355: i Congiurati in armi avrebbero assaltato il Palazzo ducale; avrebbero assassinato i membri dei vari Consigli; avrebbero poi eliminato tutto il ceto blasonato ed infine soppresso il Maggior Consiglio.

Il Doge avrebbe conseguenzialmente assunto la Signorìa di Venezia.

La rivolta fallì: incautamente, il Bergamoso ne aveva confidato i dettagli all’amico Niccolò Lion che, senza indugi, ne informò il Consiglio dei Dieci.

Cospiratori furono subito arrestati e torturati e vivo fu lo sconcerto, quando rivelarono che l’artefice del piano era il Doge in persona.

Il 16 aprile del 1355 furono giustiziati Bertuccio Israello; Filippo Calendario e Bertrando Bergamoso con altri nove complici.

Il 17 sera, dopo la piena confessione resa avanti al Tribunale, Marin Falier fu condannato all’ unanimità per alto tradimento: gli fu irrogata la pena capitale e la sentenza fu eseguita sulla grande scalinata del Palazzo, con grande emozione di tutta l’Italia e con il monito espresso da Petrarca circa la funzione dei Dogi, da impegnarsi come ... guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica...

Con ancora la spada insanguinata, dopo averlo decapitato, il boia gridò: Guardate tutti che è stata fatta giustizia del traditore.

Il corpo, con la testa posta ai piedi, restò esposto per un giorno su una stuoia nella Sala del Piovego. La sera del 18, fu caricato in una gondola e portato alla sepoltura in un cassone di pietra alloggiato in un angolo di una cappella, nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

La esperienza dogale di Marin Falier si era conclusa in soli sette mesi: probabilmente avrebbe subìto una condanna più mite, se avesse manifestato una condotta meno dispotica e sprezzante.

Così come una processione solenne aveva accompagnato nel giorno del 15 giugno dedicato a San Vito l’annientamento della ribellione di Bajamonte Tiepolo, così furono festeggiati nel giorno del 16 aprile dedicato a sant’Isidoro la conclusione del giudizio e l’esecuzione.

E fu un’altra pagina cupa della pur gloriosa storia della Serenissima.

Dalla galleria dei ritratti dei Dogi esposti nella sala del Maggior Consiglio, nel 1366 per decreto fu rimosso quello di Falier. Nello spazio vuoto, fu fissata la seguente iscrizione: Hic fuit locus ser Marini Faletri, decapitati pro crimine proditionis.

Dopo l’incendio che nel 1577 devastò il Palazzo Ducale, tra i nuovi dipinti restaurati, al suo posto fu ancora collocata, su un drappo nero l'iscrizione Hic est locus Marini Faletri, decapitati pro criminibus; la sua sentenza di condanna non fu trascritta nel Libro IV dei Misti, ove si legge un generico Non Scribatur; la campana che indicò il momento dell’avvenuta decapitazione non fu mai più suonata, pena la morte, ma fu posta senza batacchio nella chiesa di San Marco. Tuttavia, ad onta della damnatio memoriae con la quale la Repubblica Marinara lo bollò, Marin Falier divenne il Doge più celebre della Storia e la sua vicenda ispirò la tragedia lirica di Gaetano Donizetti debuttata al Théâtre Italien di Parigi il 12 marzo del 1835.

La monetazione del suo Dogato: Ducato d’oro, soldino d’argento e tornese furono e restano una preziosa rarità numismatica.

Giovanni Gradenigo

1355-1356

Estratto da una famiglia di Dogi, sia per parte materna che paterna; detto Nasone; nipote del Doge Pietro e fratello di Pietro, fu eletto subito dopo la decapitazione di Faliero ma si trattò di un Dogato di transizione: già Procuratore di San Marco e Podestà di Capodistria, Padova e Treviso, considerato di salda fede repubblicana, fu eletto il 21 aprile del 1355.

La scelta era stata condotta in fretta per lo scalpore sollevato dalla vicenda Falier.

Comminata la pena capitale a quanti avevano complottato col Predecessore e instaurato un processo contro Niccolò Pisani, sconfitto a Portolongo dai Genovesi, ad un mese dall’insediamento sottoscrisse un oneroso trattato di pace con Genova concludendo una lunga e sfavorevole stagione bellica. All’inizio del 1356, però, Venezia fu coinvolta da nuovi conflitti in terraferma e Dalmazia ove Ludovico d’Ungheria, coalizzato col Conte di Gorizia, il Patriarca d’Aquileia, il Duca d’Austria e il Signore padovano Francesco da Carrara si spinsero ad assediare Treviso.

Il Doge non ebbe tempo di assumere iniziative: si spense, settantunenne, l’8 agosto del 1356.

Giovanni Dolfin

1356-1361

Al soglio dogale successe Giovanni Dolfin, eletto il 13 agosto del 1356 col minimo del quorum.

Sposato a Caterina Giustiniani, dalla quale ebbe otto figli; alleato storico dei Gradenigo; portatore di una spiccata cultura conservatrice, apprese la notizia dell’elezione mentre difendeva Treviso nella veste di Provveditore in campo e, pur orbo, riuscì a forzare il blocco della lega ungherese e a raggiungere Venezia il 25 agosto. Malgrado la nota perizia militare e l’indiscusso coraggio, tuttavia, la Serenissima fu ancora sconfitta nel febbraio del1358 a Nervesa; gli Ungheresi presero Durazzo e la Dalmazia da Spalato a Zara; l'Austria si aprì uno sbocco verso il mare occupando Trieste; Padovani e Goriziani si spartirono Asolo e Conegliano.

Il Doge assunse il potere, dunque, nel momento in cui l’Ungheria assediava Treviso e, conquistata la Dalmazia, attaccava la Flotta veneta nell’Adriatico, incitando alla rivolta gli altri territori.

L’umiliante sconfitta di Nervesa, nel febbraio del 1358, orientò negativamente la sorte del conflitto: Venezia perse la Dalmazia e le sue nodali basi di Zara e Spalato ma mantenne l’egemonia marinara, garantendosi che il Re magiaro abbandonasse il progetto di costruire un’Armata navale: nel trattato con lui concluso a Zara, Dolfin dovette rinunciare al titolo di Duca di Dalmazia e Croazia mantenendo quello di Dux Venetiarum et coetera.

A giugno fu definita anche l’intesa con i Carrara di Padova, nel frattempo datisi ai commerci fluviali lungo il Brenta.

Innocenzo IV, infine, nel 1359 emise una Bolla di sacrosanto divieto di commerciare con il miscredente Sultanato egiziano.

Queste circostanze avviarono Venezia verso una pesante crisi economica cessata solo dopo la Guerra di Chioggia, cessata nel 1382.

L’amaro Dogato di Giovanni Dolfin si concluse il 12 luglio del 1361 fra sconfitte e oltraggi.

Lorenzo Celsi

1361-1365

Per recuperare alla Repubblica l’immagine appannata dalla Serrata effettuata dal Maggior Consiglio nel 1297, fu scelto Lorenzo Celsi: aveva al suo attivo una serie di successi diplomatici, politici e militari ed era stato Podestà di Treviso, Capitano generale in Dalmazia e Ambasciatore alla Corte di Carlo IV.

Ascese al Dogato il 16 luglio del 1361, dopo un concitato conclave.

L’arroganza dispotica; l’alto tenore di vita della sua Corte e le sfarzose feste date per la sua elezione, per le visite del Duca d’Austria e del Re di Cipro e per la fine della guerra a Creta; la mania di sostituire l’abbigliamento rosso col bianco e l’esibizione di una croce sul corno dogale, perché tutti lo ossequiassero, lo resero presto inviso. Proprio in quell’isola, l’Aristocrazia guidata dalla famiglia Kalergis insorse contro il potere centrale ma, nel maggio del 1364, la Flotta comandata da Luchino dal Verme conseguì una effimera vittoria risòltasi in un terrificante massacro contro gli Arconti cretesi che avevano deposto il Duca Marco Gradenigo e sostituito il Leone alato con le insegne di San Tito.

In quella occasione, il Doge volle una festa granda raccontata da Francesco Petrarca, residente in uno dei palazzi donato dalla Repubblica in segno di gratitudine: giochi e tornei per quattro giorni animarono la città con pesanti oneri economici, aggravati dal premio accordato al Cavaliere vincitore: una corona d'oro massiccio tempestata di pietre preziose.

A fronte di tale sperpero, in una fase di drammatica crisi economica che vide il Doge fornito di scettro, vi fu una imponente reazione di Popolo: il 18 luglio del 1365 Lorenzo Celsi morì di una presunta depressione, ma si è inclini a ritenere che fu avvelenato.

Marco Corner  o Cornaro

1365-1368

Eletto ottantenne tre giorni dopo la misteriosa morte del Predecessore, con venticinque voti in concorrenza con Giovanni Foscarini e Andrea Contarini, vantava un rispettabile passato militare e diplomatico.

Di ricca e potente famiglia ligia all'ideale repubblicano, fu un Doge di transizione ed assicurò pace alle Istituzioni pubbliche lacerate dai tentativi di ribaltamento del governo.

Per quanto esigue le notizie a lui riferite, è noto che ebbe due matrimoni, tre figli maschi e due femmine; che distinse nell'esercizio dei poteri pubblici; che svolse missioni diplomatiche; che guidò importanti città dell'entroterra veneto.

Occupò il soglio in una fase assai turbolenta della Repubblica: scoperta la congiura di Marino Falier, quale Senatore anziano guidò la Flotta nel controllo della laguna per prevenire interventi a sostegno degli Insorti e successivamente tenne il controllo dello Stato, in attesa dell'elezione del nuovo Doge.

Ridotti gli sperperi del Dogato precedente, si dedicò ai lavori pubblici facendo anche costruire la facciata del palazzo ducale, dal lato che guarda l’isola di san Giorgio; rafforzò la pace con Aquileia, Gorizia e l’Austria e represse con decisione la rivolta sollevata a Creta dai Kalergis: l’eccidio consumato in danno della Popolazione locale fu tale da dover ripopolare l’isola con profughi armeni della Cilicia e di Tenedo.

Marco Corner morì il 13 gennaio 1368.

Andrea Contarini

1368-1382

Fu eletto il 20 gennaio del 1368, sessantatreenne: deciso a non accettare l’incarico, vi fu costretto quando fu minacciato di confisca dei beni e di bando perpetuo dal territorio.

Di nobile estrazione, dissoluto in gioventù ma probo in maturità, fu uno dei più importanti Dogi: a margine della Guerra di Chioggia, fra il 1378 e il 1381, egli consacrò incontrastato il dominio veneziano dei mari ed il controllo di tutte le rotte commerciali.

Nel 1369 esplose una violenta guerra contro i Triestini per il brutale arrembaggio di una galera repubblicana: rifiutate le scuse e le proposte di indennizzo, Contarini dispose l’assedio della città, protetta dal Duca Leopoldo d’Austria, e ne ottenne la resa nel novembre del 1369 acquistandola, previo accordo con gli Austriaci, per settantacinquemila ducati d'oro.

Dal 1370 dovette fronteggiare anche le intemperanze dei padovani Carraresi: aizzati da Ludovico d’Ungheria, che aveva esteso le sue fortificazioni ai margini della gronda lagunare impedendo i commerci con l’entroterra, essi incaricarono tal frate Agostino di organizzare una rete di spionaggio e, quando costui fu arrestato e giustiziato, delegarono a Bartolomeo Grataria l’avvelenamento delle falde acquifere veneziane. Il 2 luglio del 1372 il Monaco fu arrestato e giustiziato con alcuni personaggi minori: sconfitti, gli Ungheresi si ritirarono nel settembre del 1373, ma Francesco il Vecchio da Carrara sollecitò l’aiuto di Leopoldo d’Austria: le tensioni si sciolsero il 2 ottobre del 1373, risolvendosi in una cocente umiliazione per il ribelle al cui fratello Marsilio i Veneziani promisero la Signoria. Francesco, allora, si affrettò a mandare il figlio Novello ed il Petrarca ad implorare il perdono del Doge, che lo concesse previo esborso di sessantamila ducati d’oro.

Parallelamente, anche il Re d'Ungheria, condizionato nel tentativo di estendere i territori, fu costretto alla tregua. Tuttavia, la situazione veneziana era di giorno in giorno più precaria: gran parte dell'entroterra era in mano carrarese; gli Ungheresi tenevano la Dalmazia; i Genovesi insidiavano i mari. Tali circostanze degenerarono in violenza quando, il 10 ottobre del 1373, aFamagosta, durante un banchetto, i residenti veneziani e genovesi si azzuffarono: gli uni col Baiulo Marino Malipiero, gli altri col Console Paganino Doria. I due, invitati alla incoronazione di Pietro Lusignano a Sovrano di Cipro, scatenarono le rispettive consorterie: i sopraffatti Liguri attuarono una spedizione punitiva contro il Re dal quale pretesero il risarcimento dei danni per i loro Concittadini, dopo aver saccheggiato e conquistato una serie di basi navali locali.

Pur a fronte di una Genova in netto vantaggio e malgrado la pesante crisi economica e le precedenti sconfitte, la Repubblica trascorse la fase fra il 1374 ed il 1378 attrezzandosi ad un intervento bellico decisivo per la sua credibilità e per la sua sopravvivenza. I Genovesi, che peraltro avevano posto il blocco di Tenedo come pegno per un prestito di trentamila ducati consegnati a Giovanni Paleologo II, reinsediatosi sul trono bizantino usurpatogli dal figlio Andronico, in previsione di un pesante scontro si allearono di nuovo con l’Ungheria, con Aquileia e con l’Austria esigente Trieste, già venduta ai Carraresi.

Venezia fu sostenuta da Cipro e Bisanzio: le parti si sfidarono una prima volta il 30 maggio del 1378 nella greca Azio.  Vettor Pisani prevalse sul ligure Luigi Fieschi e si ritirò a svernare a Pola, ove restò fino al maggio del 1379, quando fu stanato dall’Ammiraglio Luciano Doria: colto di sorpresa, fuggì a Parenzo perdendo quindici galere, centinaia di uomini e migliaia di prigionieri.

Il 17 luglio del 1379 il Capitano de mar fu processato, condannato a sei mesi di carcere e a cinque anni di interdizione dai Pubblici Uffici.

Doria, nel frattempo, prese Malamocco e Poneglia e il 6 agosto si insediò a Chioggia, mentre i Carraresi effettuavano il blocco fluviale dei rifornimenti destinati a Venezia e gli Ungheresi invadevano l’Istria, rendendone imminente il crollo.

Prossimo agli ottanta anni, Contarini versava nel più totale scoramento quando il Popolo reclamò a gran voce la liberazione di Pisani, che fu reintegrato nel comando della Flotta: il 22 dicembre, alla testa di quaranta natanti tra galere e ciocche, oltre a diciotto imbarcazioni provenienti dal Levante e guidate da Carlo Zen, il Capitano de mar  si schierò in prima linea con accanto lo stesso Doge, avanti a Chioggia.

Fu la riscossa: il 24 giugno del 1380 Pietro Doria fu centrato da una bombarda e il suo esercito messo in rotta. Fu per Genova una pesante umiliazione, ma la guerra continuò nell’Adriatico per ancora un anno: l’8 agosto dell’anno successivo, Urbano VI e Amedeo VI di Savoia riunirono le due Repubbliche a Torino, attorno a un tavolo di pace. Venezia cedette i diritti sulla Dalmazia all’Ungheria e quelli su Treviso e Conegliano all’Austria, rinunciando alle concessioni commerciali sul mar Nero a vantaggio di Genova; Trieste restò indipendente; l’isola di Tenedo fu posta sotto sovranità del Conte Verde, ma Genova si avviò verso la decadenza e perse le proprie conquiste in una manciata di mesi.

Contarini era vecchio e sfinito dalle tensioni: aveva, però, mostrato doti e capacità.

Il 4 settembre del 1381 fece entrare nel Maggior Consiglio per meriti le trenta Famiglie che avevano maggiormente finanziato la guerra a difesa della Repubblica e il 5 giugno dell’anno successivo si spense.

Michele Morosini

Giugno/ottobre 1382

Cessato l’Impero Latino a Costantinopoli, la potenza veneziana in Oriente era andata riducendosi: le tensioni con Genova per il monopolio dei traffici nel Mediterraneo si erano accentuate, risolvendosi con la perdita della Dalmazia.

Il XIV secolo si chiuse comunque con un ritorno della Serenissima alla prosperità, mentre già si profilava incombente la minaccia turca: il 10 giugno del 1382, col minimo del quorum, fu eletto Doge il coltissimo settantaquattrenne Michele Morosini che aveva consolidato le rilevanti fortune patrimoniali con la mercatura, proprio durante la Guerra di Chioggia.

Sposato a Cristina Condulmer e condannato in gioventù per stupro, diresse la parte finale del conflitto contro la Repubblica rivale, ma la peste lo stroncò a quattro soli mesi dall’insediamento.

Antonio Venier

1382- 1400

Detto Antoniazzo e noto per la incorruttibilità; figlio di genitori di Nobiltà recente: la sua famiglia era stata accolta nelle liste elettorali del Maggior Consiglio solo a margine della Guerra di Chioggia; sposo di Agnese da Mosto dalla quale ebbe il figlio Alvise, egli nacque verso il 1330 e, avviato alla carriera militare, intorno al 1380 conseguì il grado di Provveditore nella fortezza di Tenedo e poi di Capitano a Creta.

Il soglio dogale gli fu conteso da Leonardo Dandolo, Giovanni Gradenigo, Alvise Loredan e Carlo Zen: stante l’elevato numero di aspiranti, la Quarantia lo elesse il 21 ottobre del 1382 per la estraneità agli intrighi e per l’alto senso dello Stato, mentre la Repubblica tentava di emergere da una pesante guerra; da una diffusa disgregazione economica e dalla tragedia della peste.

Venier ebbe notizia della designazione a Creta, donde tornò tre mesi dopo nella consapevolezza di doversi misurare con una situazione complessa; tuttavia, durante i diciotto anni di Dogato, fronteggiò con fermezza  le conseguenze delle acque alte, di due epidemie, di molti incendi e di eventi infausti che non ne ridussero mai quello spessore, quella forza e quel rigore mostrati anche a proposito della drammatica vicenda familiare: quando il figlio, nel 1388, si rese protagonista di un adulterio e del dileggio verso il marito tradito, lo fece arrestare e languire fino a morte in galera, ricevendosi il plauso di molti e la censura di molti altri.

Il Doge giunse a Venezia il 13 gennaio del 1383; vi fu festeggiato per un anno intero, malgrado una recrudescenza di peste funestasse la città; acquistò la romena Napoli, Argo in Morea, Skutari e Durazzo e conquistò Corfù per usarla come avamposto contro l’espansionismo turco.

Parallelamente i padovani Carraresi, decisi ad attaccare il Friuli, comprarono dagli Asburgo Treviso, Conegliano, Feltre, Serravalle e Belluno e si allearono a Giangaleazzo Visconti per la spartizione dei territori già scaligeri. Per accattivarsene l’amicizia, dopo aver preso Verona e Vicenza ed occupato Padova, Treviso e Conegliano, costui le donò ai Veneziani facendo arrestare il carrarese Francesco il Vecchio ed il figlio Francesco Novello che, fuggito e ricandidatosi alla Signoria padovana, si sottomise a sorpresa alla Serenissima e recuperò i beni espropriati: il 24 novembre del 1392 egli si prostrò ai piedi del Doge ed ottenne per il proprio casato l’iscrizione al Patriziato veneziano.

Nel 1399, attraverso l’intervento diplomatico di Alberto d’Este, Venier concluse un accordo di non belligeranza con gli Ottomani in cambio del pegno su Polesine e Rovigo e della tutela del minorenne Nicolò, figlio naturale del Signore ferrarese al cui legittimo figlio Azzo concesse un prestito di cinquantamila ducati, previo impegno a trasferirsi a Creta.

Fu la sua ultima rilevante iniziativa politica: dopo oltre diciotto anni di Dogato, il 23 novembre del 1400, il Doge si spense forse di rimorso per la infelice sorte assegnata al figlio.

Michele Steno

1400-1413

Morto Venier, quando ancora una volta l’alto numero di aspiranti al Dogato non consentì ad alcuno di raggiungere il quorum, Leonardo Dandolo propose il sessantanovenne Michele Steno,  eletto con venticinque voti il 1° dicembre del 1400.

Estratto da florida famiglia, egli sposò Maria Gallina dalla quale non ebbe prole; fu ammirato per l’eleganza e vantò sempre le stelle fatte apporre nel corno dogale, fino a guadagnarsi il soprannome di Dux Stellifer. Dopo una gioventù turbolenta, costatagli anche un periodo di carcere per aver coperto con altri scapestrati la parete di Palazzo ducale di scritte offensive e derisorie contro il Doge Marino Faliero e la moglie: Marin Falier dalla bella mugier - altri la gaude e lu la mantien, si presentò al Dogato con un rispettabile curriculum e fu a lungo festeggiato dalla Compagnia della Calza: un gruppo di Giovani aristocratici abbigliati con una sorta di calzamaglia di diversi colori per gamba.

All'inizio del mandato, Steno si dedicò a lavori di pubblica utilità ma nel 1404 fu costretto ad armarsi: Francesco Novello da Carrara era nuovamente insorto e, per le sue irruzioni nei territori della Repubblica e delle Provincie viscontee, aveva ottenuto l’appoggio degli esuli Scaligeri e di Nicolò d'Este, figlio adottivo di Venezia.

Contro l’ingratitudine dei Carraresi, il Governo fu implacabile: il conflitto ebbe inizio il 31 marzo del 1405 e in novembre era già concluso con un arresto di massa: Francesco Novello e i figli furono processati per alto tradimento e strangolati il 16 gennaio successivo, malgrado le accorate invocazioni di perdono.

Nell’occasione, le parole di Steno furono spietate: ...spergiuro alla Repubblica, fu opera vostra suscitarle de' nemici, al modo di vostro padre, che impetrava i nostri aiuti contro gli schiavoni, mentre che d'altra parte li aizzava contro di noi. Per la perfidia perdemmo Treviso... Dopo quest'offesa, dopo la guerra di Genova levataci contro e da quale uscimmo per miracolo, noi gli perdonammo tuttavia... il Duca di Milano vi toglie Padova: noi vi diamo una mano a ripigliarla. Indulgenza, aiuti, onori, benefizi di ogni cosa vi siamo stati larghi e voi ogni cosa metteste in non cale, nulla ha potuto cangiare in voi il natural vezzo: ma ormai ci giova ringraziar Dio, che abbia pure una volta messo modo alle perfidie vostre e posta la vostra sorte nelle nostre mani...

Il 30 novembre dello stesso anno ascese al soglio pontificio Gregorio XII, al secolo Angelo Correr, ma la Chiesa era piagata dallo scisma poiché in Avignone c’era Benedetto XIII cui, prima della fine dell'anno, si aggiunse Alessandro V, eletto a Pisa da un’assise di dissidenti.

La Serenissima si tenne laicamente neutrale e tentò di approfittare della concitazione per estendere la propria sfera d’influenza sul Friuli: riacquistato nel 1409 il saldo controllo della Dalmazia, il 13 luglio del 1410, emise un editto nel quale si stabiliva che i Consiglieri ed i loro congiunti, accreditati anche dalla Corte papale romana, fossero espulsi da tutti i Consigli repubblicani e il 27 ottobre del 1412 vietò la vendita dei beni ecclesiali in tutti i territori sotto giurisdizione, senza il previo consenso del Senato.

A ridosso di tali eventi, colpito dal mal della pietra, Michele Steno si spense: era il 26 dicembre del 1413.

Tommaso Mocenigo

1414-1423

Detto Tommasone e nato verso il 1343, benché settantunenne, con pragmatico e coraggioso decisionismo condusse Venezia verso quell’apogeo completato poi da Francesco Foscari.

E’ dubbio che partecipasse alla Guerra di Chioggia quale Comandante di galea, ma è certo che eccelse in campo diplomatico, militare e culturale, meritando la Procuratia di San Marco prima dell’ elezione dogale del 7 gennaio del 1414.

La sua nomina, a causa dei numerosi rivali, fu esito di un accordo segreto poiché, essendo egli in missione a Cremona come Ambasciatore alla Corte di Sigismondo d’Ungheria ove si trovava anche l’antiPapa Giovanni XXII, si aveva ragione di temere per la sua vita.

Dopo gli imponenti festeggiamenti per il Doge, maturarono difficoltà in politica estera: Ludovico di Teck, antiveneziano e nuovo Patriarca d'Aquileia, esortò la definizione di un’alleanza col Sovrano magiaro mirando ad attaccare la Repubblica che, fra il 1419 ed il 1420, sferrò una dura offensiva ottenendo straordinari successi e conquistando Udine, Cividale, Feltre, Belluno, vari territori friulani ed il Cadore. L’inarrestabile avanzata fu fermata dalla pace; dalla annessione del Patriarcato alla  Serenissima, e dall’atto di sottomissione del Cadore.

Parallelamente la Flotta comandata dal Capitano del Golfo Pietro Loredan riprese il controllo di Durazzo, Skutari e della Dalmazia ma, malgrado la spinta di molta Nobiltà, Mocenigo preferì non avventurarsi in ulteriori ed onerose guerre e dette avvio ad un lungo periodo di pace morendo ottantenne, il 4 aprile del 1423, dopo aver redatto un testamento considerato uno dei più importanti documenti dell’epoca: lungi dal testare su questioni personali, egli vi esaltò il prestigio e la potenza della Repubblica, elencandone le risorse e vi raccomandò di non portare alla successione l’inviso Francesco Foscari.

Francesco Foscari

1423-1457

Contro le pressioni esercitate da Mocenigo, Foscari fu eletto il 15 aprile del 1423, all’età di soli quarantanove anni.

Il suo Dogato fu il più lungo della storia veneziana: trentaquattro anni, sei mesi ed otto giorni funestati da guerre e sciagure familiari che non impedirono a Venezia la massima espansione territoriale e la riunione di Veneto e Friuli sotto un’unica legislazione ma che produssero guerre con i Visconti e con i Turchi; lotte interne tra grandi Famiglie, nella cornice di pesanti avversità climatiche: siccite, maree, un violento sisma e una epidemia di peste che uccise anche quattro degli undici figli del Doge.

Nato in Egitto ove il padre era esule, era venuto diciottenne per la prima volta a Venezia: già ricchissimo, affascinante e assai colto, consolidò le proprie fortune con i beni dotali di due mogli altrettanto facoltose e, postosi al servizio della Repubblica, realizzò una veloce e brillante carriera divenendo Senatore a ventisette anni; membro del Consiglio dei Dieci a trentuno e Procuratore della Repubblica di San Marco a quarantacinque, a margine di una prestigiosa carriera diplomatica: già tutore di Francesco Gonzaga, fu Ambasciatore presso l'Imperatore Sigismondo e presso il Sultano Maometto I.

All’atto del suo insediamento, Filippomaria Visconti decise di condizionare le mire della Repubblica occupandone fasce territoriali strategiche.

Nel 1426 il conflitto fu inevitabile, ma le truppe milanesi guidate da Carlo Malatesta, Francesco Sforza e Niccolò Piccinino furono battute a Maclodio il 17 ottobre del 1427 dagli Eserciti alleati di Venezia e Firenze, raccolti sotto le insegne del Capitano di Ventura Francesco di Bussone detto il Carmagnola.

La pace fu firmata a Ferrara nel 1428 ed alla città lagunare furono assegnati i territori di Bergamo, Brescia e Cremona.

Con lettera ducale del 9 luglio dello stesso anno, si univano a Bergamo, nella giurisdizione civile e penale, tutti i territori storicamente legati alla Serenissima; si stabiliva che il primo Podestà locale: il Capitano Marco Giustiniani, avesse competenza di giudizio; che i cittadini non potessero essere convenuti dinanzi a Giudici non residenti a Bergamo.

La raggiunta tranquillità fu però turbata, tra il 1429 ed il 1433, dallo scontro con i Turchi che conquistarono Salonicco e, il 5 maggio del 1430, dall’arresto del Carmagnola, imputato di alto tradimento; processato e decapitato sulla pubblica piazza.

Tali drammatici eventi coincisero con l’attentato di cui furono autori, l’11 marzo dello stesso anno, Andrea Contarini ed i Loredan, che pugnalarono il Doge: il colpo fu fortunatamente deviato dall’ Ambasciatore di Siena e gli aggressori furono impiccati tra le due colonne di Marco e Todaro, dopo aver subìto l’amputazione della mano destra, appesagli al collo.

Nel 1434, maturarono nuove tensioni tra Milano e Venezia che riuscì a contenere le pressioni dell’ Esercito visconteo mettendo in campo Francesco Sforza ed Erasmo da Narni, ovvero il Gattamelata, contro Gianfrancesco Gonzaga e Nicolò Piccinino: la Pace di Cremona del 1441 confermò quanto stabilito nell’intesa di Ferrara, ma le dispute restarono vive ancora fino al 1447, anno in cui morì il Visconti lasciando unica erede la figlia Bianca Maria, già sposa di Francesco Sforza.

Il 5 dicembre del 1450, fu assassinato Almorò Donà: un membro del Consiglio dei Dieci.

Dell’efferato delitto, pur senza prove, fu imputato Jacopo Foscari, unico figlio sopravvissuto del Doge. Esiliato a Candia, nel 1456 egli avrebbe brigato per tornare in patria scrivendo a Maometto II e a Francesco Sforza: il Consiglio dei Dieci, informato, lo avrebbe richiamato a Venezia, processato  per attentato alla Repubblica e condannato ad un anno di carcere da scontarsi nella prigione di Canea a Creta. Privo di ogni intercessione paterna, egli sarebbe morto in galera il 12 gennaio del 1457.

Ancora nel 1450, Sforza divenne Duca di Milano, ma non trovò accordo con Venezia su Cremona. Solo la mediazione delle altre Signorie coinvolte: Gonzaga, Aragona, Savoia e Firenze, pose fine alle ostilità con la pace stipulata a Lodi il 19 aprile 1454. Pertanto, i possedimenti veneziani dell’ entroterra si ampliarono comprendendo la stessa Lodi, Piacenza, Crema, Caravaggio ed i territori di Ghiaradadda: in una, a Nord il Friuli e il Trentino fino a Rovereto; a Est l'Istria; a Sud l’area fino a Ravenna e a Ovest fino a Piacenza.

La situazione si era intanto appesantita in Oriente, ove poi il sacco di Costantinopoli del 20 maggio del 1453 atterrò definitivamente l'Impero bizantino: Maometto II distrusse il quartiere veneziano e giustiziò l’Aristocrazia, obbligando la Repubblica a riconoscere il Sultanato per conservare, per effetto della pace del 18 aprile del 1454, quasi tutti i possedimenti e le prerogative commerciali.

Ai lutti bellici si erano intanto aggiunte le conseguenze delle catastrofi naturali: la siccita del 1424; le grandi maree e l’ondata di gelo del 1431, il devastante sisma del 1451 ed infine la peste.

La popolarità del Doge calò: impugnando a pretesto il suo assenteismo il 23 ottobre del 1457, tre Nobili del Consiglio si presentarono nella sua casa; lo privarono del corno e spezzarono l'anello imponendogli di abdicare, pena la confisca dei beni.

ll vecchio Foscari subì il ricatto, ma pretese di scendere per la scala d'oro del Palazzo Ducale al braccio di un giovane Patrizio e di suo cugino, prima di ritirarsi nella celebre sua nuova casa detta Ca' Foscari, neppure ancora ultimata e nella quale si spense sette giorni più tardi per il peso dell’ umiliazione.

Il disagio fu allora generale e ampie manifestazione furono condotte contro i Dieci, ritenuti responsabili dei fatti: per prevenire torbid, furono celebrati funerali di Stato durante i quali il successore Pasquale Malipiero, eletto solo due giorni avanti, marciò vestito della toga senatoria e restituì alle spoglie della vittima il corno e le vesti dogali.

Per quante sofferenze avesse subito nel perdurare del Dogato di Foscari, Venezia si arricchì del nuovo palazzo ducale, della  biblioteca di San Giorgio Maggiore e del fondaco dei Tedeschi.

Pasquale Malipiero

1457 - 1462

Sposato a Giovanna Dandolo: l’iniziatrice della tradizione del merletto, e padre di tre figli, fu eletto il 30 ottobre del 1457, sessantacinquenne.

Il 25 ottobre dell’anno successivo il Maggior Consiglio promulgò Leggi che ne limitarono i poteri, vietandogli ogni sorta di ingerenza su questioni riguardanti il Dogato e la Promissione; ammonendo i membri del Consiglio dei Dieci; stabilendo che esso era stato creato, non per provocare scandali, ma per impedire che si verifichino.

Malipiero fu un personaggio anonimo e mediocre: il confronto col decisionismo del Foscari sollevò presto la derisione popolare e, in definitiva, la sua unica felice intuizione stette nell’affidamento della Armata terrestre al Capitano di Ventura Bartolomeo Colleoni: non per impegnarlo nella difesa dello Stato, ma per sottrarlo al mercato nel caso un Papa o qualche Signoria nemica intendesse avvalersi del suo talento militare.

Quando, nel 1459, Pio II chiese galee da impegnare nella crociata antiturca bandita nella Dieta di Mantova, il Doge si schermì esprimendo timorose riserve che gli valsero l’appellativo di Dux pacificus.

Si spense il 17 maggio del 1462.

Cristoforo Moro

1462-1471

Saggio membro del Consiglio dei Dieci; Procuratore; Promissore ducale; Capitano nella Brescia assediata dai Visconti; Ambasciatore presso i Papi Eugenio IV e Niccolò V, il settantaduenne Cristoforo Moro fu eletto il 12 maggio del 1462 ed il suo bigottismo emerse quando, appena insediato, volle il conio di monete con sul recto la scritta Religionis et Iusticiae Cultor.

Figlio unico di Lorenzo Moro e marito di Cristina Memno, dalla quale ebbe un solo erede premortogli, si presentò al Dogato con una discreta carriera amministrativa e militare: scelto non per meriti, ma quale rappresentante delle consorterie ostili a Marco Foscari, fratello del Doge Francesco, si dette subito ad una politica filo/ecclesiale invitando nel1463, afronte della conquista ottomana della Morea, Pio II a bandire una crociata e persuase il Senato all’invio di una Flotta mai immaginando che l’istanza fosse accolta a condizione che egli stesso capeggiasse la spedizione.

Moro tentò di eludere la personale partecipazione adducendo pretesti di salute ma, alla fine, quando il Maggior Consiglio, nella persona di Vettor Cappello, gli intimò se la Serenissima vostra no' vorà andare co' le bone, lo faremo andar per forza, perchè gavemo più caro el ben e l'onor de 'sta tera che no xe la persona vostra, fu costretto ad accettare: il 12 agosto del 1464 dodici galere  approdarono ad Ancona per congiungersi all’Armata crucisegnata ma, informate della morte del Papa, rientrarono a Venezia; tuttavia, la minaccia turca era sempre più incombente. Maometto II aveva allestito un esercito di sessantamila unità ed armato trecento navi.

La Repubblica pensò di contenerne l’invasione erigendo centotrentasette torri; rinforzando l'istmo di Corinto; costruendo nuove navi ma, nel 1469, i Turchi si inoltrarono in Istria e il 12 luglio del 1470 distrussero Negroponte e l’isola di Eubea, massacrandone la Popolazione e segando a metà il Baiulo veneziano Paolo Erizzo. L’indignata Armata della Serenissima, comandata dal Capitano Generale da Mar Niccolò da Canal giunse sul posto quando il Sultano si era già ritirato e lo sbarco delle truppe venete fu tanto caotico da indurre a ripiegare, al costo di molte vite umane e della cattura di centinaia di ostaggi tra cui i Capitani d'arme Girolamo Longo e Giovanni de Tron, in seguito massacrati.

Una volta a Venezia, il Comandante fu processato e confinato a Portogruaro, ma la guerra proseguì sotto la guida di Pietro Mocenigo, Capo anche di dieci galee di Sisto IV.

Il 9 novembre del 1471 il Doge si spense con indosso il saio francescano e, privo di eredi, lasciò ogni bene alla Chiesa.

Niccolò Tron

1471-1473

Figlio di Luca Tron e Lucia Trevisan; sposato a Dea Morosini; padre di Giovanni che, nel luglio del 1471, catturato dai Turchi nella Battaglia di Negromonte, morì segato vivo; di aspetto esteriore assai sgradevole e di carattere ruvido, il nuovo Doge si dedicò con grande abilità al commercio accumulando una ingentissima ricchezza in pochi anni, attraverso frequenti viaggi in Oriente ove acquistò case e botteghe. Non si esclude che fra le tante attività praticasse anche l’usura.

Eletto il 25 novembre del 1471 col minimo del quorum, il suo mandato durò soli venti mesi e fu connotato dalla prosecuzione della guerra ai Turchi, iniziata da Cristoforo Moro nel 1463. Suo primo impegno politico fu, tuttavia, ripianare il dissesto finanziario dello Stato senza ledere gli interessi delle fasce meno abbienti, ma imponendo una tassa ai patrimoni più cospicui; riducendo gli stipendi pubblici più alti; svalutando la moneta locale attraverso l’introduzione della lira o trono, la mezzalira d’argento e il bagattino di rame.

Sempre più spavaldi, intanto, i Turchi si spinsero fino al Friuli, mettendo a ferro e fuoco i Comuni della Carnia: per attenuare la pressione contro le colonie veneziane, il Doge inviò Ambasciatori alla Corte del Re di Persia Ussan Hassan, progettando di aprire un fronte bellico alle spalle della Turchia, ma la manovra fu sventata dalla sconfitta dello stesso Sovrano.

Nel settembre del 1472 per far fronte alla mole di debiti contratti con la famiglia Corner, Giacomo II di Lusignano, ultimo Re di Cipro, sposò la nobile diciassettenne Caterina: in danno delle mire dei Savoia e dei Genovesi, Venezia dominava l’area ma, in una manciata di mesi: il 6 luglio del 1473, le nozze contratte per procura già nel 1468, si conclusero con la morte di lui e l’apertura di una grave crisi internazionale e dinastica, aggravata dal decesso prematuro anche del figlio che la sposa portava in grembo. Numerose rivendicazioni successorie si abbatterono sul piccolo Regno e, verso il finire dell'anno, una rivolta fallita contro la vedova indusse Venezia ad intervenire con la Flotta e ad occupare l'isola: il Doge Tron era già morto, settantaquattrenne, il 28 luglio precedente.

Niccolò Marcello

1473-1474

Sposato in prime nozze a Bianca Barbarigo ed in seconde a Contarina Contarini, dalla quale ebbe una figlia; assai religioso e di cultura gesuita; forte di una discreta carriera: già Rettore a Brescia, Verona, Udine e Capo del Consiglio dei Dieci, preferito a Pietro Mocenigo e ad Andrea Vendramin, il settantaquattrenne Nicolò Marcello fu eletto il 13 agosto 1473: aveva lavorato a lungo a Damasco, prima di porsi al servizio della Serenissima. Una volta in carica, prese a riorganizzare le Finanze pubbliche emettendo la moneta d’argento Marcello; continuò la guerra contro i Turchi; effettuò nell'agosto del 1474, attraverso il Provveditore Antonio Loredan, la vigorosa difesa di Skutari contro l’assedio di Seleiman Pashà; arginò il tentato colpo di Stato avvenuto a Cipro il 14 novembre del 1473, quando alcuni Nobili fedeli a Ferdinando I di Napoli cercarono di deporre Caterina Corner, vedova di Giacomo II di Lusignano.

In totale balìa del Primate di Nicosia, costei fu aggredita dai Partigiani del Sovrano aragonese/ partenopeo che, nella notte del 14 novembre del 1473, irruppero nel palazzo; le uccisero lo zio; massacrarono il suo Medico personale ed un Cameriere; le rubarono i gioielli, compreso il sigillo reale e la costrinsero ad abbandonare la residenza.

Informato dei drammatici eventi, Pietro Mocenigo entrò in Famagosta a capo della Flotta; fece impiccare i ribelli senza neppure attendere il placet del Senato; nominò, a tutela della sicurezza della Corner, due Consiglieri ed un Governatore; assunse l’energico controllo dell’isola.

Ma il Doge era già morto: il 1° dicembre del 1474, lasciando i suoi beni ad Istituzioni religiose.

Pietro Mocenigo

1474-1476

Anche questo Dogato fu brevissimo: Mocenigo, forse il più grande degli Ammiragli della Serenissima, dopo aver combattuto i Turchi; riorganizzato la Flotta; difeso Skutari; conquistato Smirne e Antalio e annessa Cipro, fu eletto il 14 dicembre del 1474 a sessantanove anni: col suo insediamento, la Lira d’argento assunse il nome di Mocenigo e fu coniata con il Marcello.

Il suo mandato si concluse il 23 febbraio del 1476, quando egli fu stroncato dalla malaria: aveva già in corso  trattative di pace col Sultanato di Costantinopoli col quale aveva avuto un primo ed infruttuoso incontro il 6 gennaio del 1475.

Andrea Vendramin

1476 -1478

Era figlio di Bartolomeo Vendramin e di Maria Michiel; sposo di una Gradenigo e personaggio dotato di profonda umanità e coraggio.

Quando il suo nome iniziò a riscuotere consenso nelle votazioni della Quarantia, il Notaio tentò un broglio a favore di Benedetto Venier, ma le schede furono annullate e l’ottantatreenne Andrea fu eletto col minimo del quorum: era un Commerciante ricchissimo e, invece delle tradizionali monete d'argento, ne distribuì d'oro, mostrandosi sempre tanto generoso verso i Bisognosi, da meritare l’elogio ufficiale di Sisto IV dal quale ebbe assegnata la rosa d'oro, che poi donò al tesoro di San Marco. Il peggioramento delle relazioni con i Turchi, gli valse la perdita di Tana e Soldaia: prima di poter assumere qualsiasi iniziativa, il 6 maggio del 1478 egli si spense.

Giovanni Mocenigo

1478-1485 

Per contrastare il Re di Napoli, il Papa chiese aiuto a Venezia ma, preoccupato poi dalle sue vittorie, ne condizionò la potenza ricorrendo all’interdetto del 1484 ottenendo, col conseguente concordato, di conservare il Polesine.

Era Doge in quegli anni Giovanni Mocenigo.

Figlio di Leonardo Mogenigo e di Fracesca Molin; fratello del Doge Pietro; sposo di Taddea Michiel, fu considerato homo quieto, human, liberale, destro e giusto.

Fu eletto all'ottavo scrutinio, il 18 maggio del1478 invirtù dell’appoggio di alcuni parenti influenti: l’inizio del suo Dogato coincise con le ultime fasi della prima guerra turco/veneta, durata dal 1463 alla onerosa pace stipulata il 25 gennaio del 1479.

Appena insediato, dovette fare i conti con Maometto II che diresse personalmente il cannoneggiamento di kruja e un altro assedio di Skutari. Gli accordi, pertanto, imposero alla Serenissima condizioni durissime: la perdita di Skutari, di parte dell’Albania, di Eubea, dell’Argolide, dell’isola di Lemno e un indennizzo di diecimila ducati per la libera circolazione commerciale nelle aree sottoposte a sovranità ottomana.

Cessato il conflitto, Venezia fu aggredita da una nuova ondata di peste che colpì anche la consorte del Doge. Nel 1480, intanto, pacificato l’Oriente, aumentò la tensione in terraferma: Venezia non gradiva le pretese avanzate sul Polesine dal Vassallo ferrarese Ercole d’Este, tributario della Chiesa e amico di Ferdinando di Napoli del quale aveva sposato la figlia. Grazie ad un'alleanza col nepotista Sisto IV, che mirava a vantaggi per il nipote Girolamo Riario, la Serenissima attaccò il Duca e lo sconfisse a Campo morto e poi ad Argenda nel 1483, senza tener in alcun conto il passaggio del Papa nella fazione avversaria. Nel giugno di quell’anno, infatti, il Vicario di Roma ruppe il sodalizio con Venezia; emise Bolla di scomunica e dette vita ad una Santa alleanza degli Stati italiani.

La Repubblica ribaltò la situazione coinvolgendo le Signorie ostili allo strapotere papale e rendendo inefficace la Bolla, attraverso il pronunciamento di una Commissione di Giuristi.

Isolato, Sisto IV fu costretto il 7 agosto del 1484 alla Pace di Bagnolo che restituì alla città lagunare il controllo della controversa regione.

Aggredito dalla peste, Mocenigo si spense il 14 settembre del 1485.

A quel tempo egli risiedeva provvisoriamente a Palazzo Duodo, a causa di un incendio che il 14 settembre del 1483 aveva compromesso il Palazzo ducale.

Marco Barbarigo

1485-1486

Figlio di Francesco Barbarigo e Cassandra Morosini, ebbe tre fratelli di cui uno: Agostino, gli successe al Dogato. Sposato a Lucia Ruzzini e dotato di una valida esperienza nell’ambito della amministrazione pubblica, fu eletto settantaduenne il 19 novembre del 1485 amargine di un breve Conclave e di una vacatio di due mesi causata della peste.

Barbarigo non espresse elementi di rilievo:  si spense il 14 agosto del 1486.

Agostino Barbarigo

1486 – 1501

Nel 1486, fu eletto il fratello minore del defunto Doge.

La sua attività s’incorniciò nel periodo delle grandi navigazioni: dal viaggio di Colombo alla circumnavigazione dell'Africa di Vasco da Gama.

Ascese al soglio dogale il 30 agosto 1486, sessantaseienne, vantando una qualificata carriera militare e politica: era stato Capitano Generale nella guerra di Ferrara; Governatore di Padova, Verona e Capodistria e Procuratore di San Marco. Non lusinghieri erano stati, tuttavia, a suo tempo i giudizi del germano che, proprio nel giorno della propria morte, diffidò il Senato dall’ assecondarne le ambizioni.

Di fatto, fin dall’insediamento fu manifesta l’inclinazione al potere ed al lusso del Doge che volle, su tutti gli stipiti e sui caminetti della sua residenza il proprio stemma araldico, prima di trasferirsi nel Palazzo ducale la cui ricostruzione, dopo il tremendo incendio, fu ultimata nel 1492.

In quello stesso anno entrarono in crisi i rapporti col Sultano Bayazed II che, offeso dai dispacci cifrati inviati in patria dal Baiulo di Istanbul, lo espulse in tre giorni arrestando i Mercanti veneti operanti in Turchia mentre i Bosniaci si inoltravano in Dalmazia e giungevano alle porte di Zara.

Le due Flotte si scontrarono nelle acque di Navarini e, malgrado l’incerto sito della battaglia, Lepanto finì in mano ottomana. Nel giugno del 1499 il Sultano attaccò Modone, alla cui resa gli Abitanti furono orrendamente massacrati. Ben presto crollò anche Corone e la guerra si protrasse ancora per quattro anni: solo nel 1503 la pace ratificò i danni subìti dalla Serenissima.

Nel perdurare del governo del Barbarigo, il 1° giugno 1489 era intanto tornata a Venezia la Regina di Cipro Caterina Cornaro: alla morte del coniuge e del figlio, ella era stata indotta a cedere l’isola alla Repubblica, in cambio di un vitalizio di ottomila ducati annui, di un palazzo sul Canal Grande e del feudo di Asolo.

Il Doge la festeggiò sontuosamente per accreditarsi il merito della rinuncia espresso dalla Sovrana quale Figlia della Repubblica. Altrettanto sfarzosa accoglienza aveva riservato a Beatrice d'Este, sposa di Ludovico il Moro, venuta a Venezia per sollecitare l'alleanza contro Carlo VIII di Valois, sconfitto il 6 luglio del1495 a Fornovo.

In seguito, egli mutò atteggiamento e sodalizzò con Luigi XII contro Ludovico Sforza, riconquistando Cremona e le terre di Ghiaradadda.

In quel periodo, Colombo era ritornato più volte dalle Indie e Vasco de Gama aveva doppiato Capo di Buona Speranza: l’economia veneziana era in ginocchio per le guerre; per il calo dei traffici commerciali e per le spese sostenute a favore di Artisti e di opere architettoniche come la chiesa di Santa Maria dei Miracoli e la torre con l'orologio di Piazza San Marco. Ne conseguì una nuova diminuzione dei salari statali, la riduzione dei sussidi alle città vassalle, la decurtazione delle decime al Clero ed il ricorso a prestiti, nella cornice di una realtà oberata da prostituzione e corruzione dilaganti e della totale indifferenza di un Doge nepotista e fazioso. Il Popolo che pur lo aveva acclamato, prese a contestarlo.

Egli era ormai malato e non gli fu consentito di abdicare: morì il 20 settembre 1501.

Subito dopo, fu insediata una Commissione d’indagine sulle denunce inoltrate contro di lui al Consiglio dei Dieci: l’inchiesta durò due anni ed appurò moltissimi reati, dal contrabbando al favoreggiamento di gravi illeciti e al complotto ai danni della Repubblica con le Signorie di Rimini e Mantova.

Le circostanze furono secretate, ma i correttori della Promissione Ducale ebbero incarico di: metere tale freno al doxe ch'el no fazi onnipotente come misser Augustin Barbarigo.

Barbarigo concluse la lunga stagione medievale: aveva comunque arricchito Piazza san Marco di gran parte dei suoi prestigiosi monumenti: nel 1494 furono fissate le fondamenta per la Torre dell’Orologio e nel 1495 per le Procuratie Vecchie. Il Doge inaugurò il 1° febbraio del1499 l'Orologio.

Bibliografia

  • C. Rendina: I Dogi
  • R. Cessi: Venezia Ducale
  • W. H. McNeill: Venezia, il cardine d’Europa
  • A. Zorzi: La repubblica del Leone. Storia di Venezia