ORNELLA MARIANI

Maurizio Tiberio

di Ornella Mariani

Antefatti

Nella notte tra il 14 ed il 15 Novembre del 565 morì il Basileus Giustiniano I e gli successe il nipote Giustino II con la moglie Sofia.
Nel 566 costui assunse il Consolato e, l’anno successivo, il longobardo Alboino e gli Avari avviarono la seconda guerra contro i Gepidi, sconfiggendoli ed uccidendone il Re Cunimondo.
La Corona profittò della fine di costoro e recuperò Sirmio.
Nel 568 a Roma si spense il Generale Narsete, già Governatore d’Italia e vincitore dei Goti ma, caduto in disgrazia; sollevato dal comando e sostituito col Prefetto Longino.
La penisola veniva riprendendosi dalle conseguenze della Guerra Gotica quando, il 2 Aprile, i Longobardi mossero dal lago Balaton e, attraverso le Alpi Giulie, irruppero su Cividale del Friuli fondandovi il primo Ducato.
Le responsabiità dell’invasione erano imputabili alla incapacità proprio di Longino.
Parallelamente gli Avari che, liquidati i Gepidi, si erano stabilmente insediati in Pannonia, fecero irruzione nelle Province balcaniche seminandovi morte e distruzione per rappresaglia a Giustino, debitore del tributo concordato.
Nel 569 i Longobardi occuparono Bergamo, Brescia e Milano; istituirono i Ducati di Torino ed Asti; assediarono Pavia, che elessero capitale; presero Parma, Modena, Bologna, Imola, Lucca, Chiusi ma, il 26 Giugno del 572, Alboino restò vittima di una congiura.
Al trono longobardo ascese il sanguinario Clefi.
Nello stesso periodo, dopo varie sconfitte risolte con la resa firmata dal Basileus nel 571, gli Avari concessero la pace in cambio di ottantamila solidi annui e dell’impegno a difendere l’Impero dagli Sclaveni, contro i quali sarebbero intervenuti nel 578.
I Bizantini però aprirono già in quell’anno un nuovo fronte di guerra: il rifiuto della Corona a pagare il balzello alla Persia, in piena guerra civile, infranse la tregua negoziata nel 562 da Giustiniano e Cosroe I.
Nell’estate del 572, di conseguenza, le truppe imperiali comandate dal Magister Militum per Orientem Marciano superarono i confini e assediarono Nisibi.
Per contro Cosroe, accingendosi a muovere su Dara, spedì il Generale Adaarmanes contro la fortezza di Circesium sull’Eufrate.
La debolezza strategica valse all’Ufficiale bizantino la destituzione. Sebbene Antiochia sull’Oronte si salvasse, caddero Eraclea, Apamea e la stessa Dara: i Persiani rientrarono in patria con circa trecentomila prigionieri.
L’Impero era nel caos: Giustino II manifestò i primi segni di squilibrio e la Basilissa Sofia, ora alla guida dello Stato, mandò Legati a trattare un armistizio triennale con la Persia: lo si convenne fra febbraio e marzo del 574, in cambio di trentamila solidi l’anno.
Dopo tale vicenda, a sostegno del vacillante governo, ella investì del ruolo di Cesare il Comes excubitorum Tiberio che aveva riportato buoni risultati contro gli Avari.
In Italia, intanto, in agosto era stato ucciso Re Clefi ed il successore Autari era minorenne: la Langobardia versava nella più totale anarchia: le notizie riferite a quella fase sono confuse ma pare che, nel 575, giungesse a Ravenna un esercito imperiale condotto dal Comes sacri stabuli Baduario, Generale di notevole esperienza e genero di Giustino II. Si vuole che egli affrontasse i Longobardi e ne fosse sconfitto ed ucciso.
Di fatto, nel 576, decisi a prendere Roma, costoro s’inoltrarono nel Centro/Sud istituendovi i Ducati di Spoleto e Benevento.
Cosroe, intanto, dopo aver marciato sulla Persarmenia, puntò su Cesarea di Cappadocia ove venne a scontro col Generale Giustiniano, dal quale fu annientato. La successiva sconfitta subìta a Melitene lo indusse a rispettare il concordato del 574: le truppe bizantine tornarono in patria.
Nel 577, alla scadenza della tregua, Tiberio organizzò la controffensiva; destituì Giustiniano e nominò Maurizio Magister Militum per Orientem.
L’irruzione bizantina in Persia si risolse in un enorme successo.
Cominciava a srotolarsi il destino del futuro Basileus.

Maurizio al trono

Nato verso il 539 ad Arabissus, in Cappadocia, e morto a Calcedone il 27 novembre del 602, Maurizio resta una straordinaria figura della Storia dell’Impero bizantino.
Proveniva da un'antica famiglia romana insediatasi in Asia Minore e, trascorsa la giovinezza alla Corte del Basileus Giustino II, divenne amico e Notarius del Capitano della Guardia imperiale e futuro Imperatore Tiberio II. Quando, nel 574, costui fu nominato Cesare, Maurizio gli successe nel ruolo di Comes excubitorum, detenendolo fino al 582 e divenendo egli stesso Cesare, Patricius e, nel 578, Magister Militum.
Fu allora che Tiberio II, già alla guida dell’Impero, gli affidò il comando dell'esercito contro i Persiani in Mesopotamia, in surroga dell’inefficace Generale Giustiniano: lo Š?h aveva infranto la tregua triennale, irrompendo a sorpresa sul territorio con decine di migliaia di uomini fra Armeni, Siriani e Barbari.
Maurizio traversò la Cappadocia; puntò su Citharizon, acquartierandovi le folte truppe; accorse in aiuto di Teodosiopoli; si spostò in Mesopotamia; invase l'Arzanene e guadò il Tigri occupando piazzeforti, accumulando bottino e facendo deportare a Cipro un enorme numero di prigionieri.
Successivamente, scendendo a Sud, saccheggiò Nisibi; occupò Singara e svernò a Costantinopoli.
Nella primavera dell'anno successivo Cosroe morì.
Il Generale bizantino riprese con il Luogotenente Narsete le operazioni militari, assalendo la Media e trascorrendo il nuovo ed imminente inverno a Cesarea.
Nel 580, le sue truppe guadarono l’Eufrate sotto Circesium; raggiunsero Ctesifonte, capitale dell’ Impero persiano sassanide; espulsero i nemici dalla Mesopotamia e, allo Š?h che implorava la pace, fu posta come condizione la restituzione di Dara e la rinuncia ai tributi, così mantenento aperto il fronte di guerra e, nel 581, ancora annientandone le pur formidabili truppe comandate dal Generale Tamchosro la cui caduta in campo umiliò la Persia.
Nel 582, Maurizio tornò da eroe a Costantinopoli: in quei giorni, ormai in punto di morte, il Basileus riunì il Senato e lo indicò erede.
Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum raccontò che Tiberio concluse la sua accorata ed ammirata perorazione con queste parole: …Sia concesso a te il mio impero insieme insieme con questa fanciulla: regna con buona fortuna, e ricordati di amare sempre equità e giustizia…
La fanciulla era sua figlia: l’Augusta Costantina.
Maurizio la sposò e, nell’agosto di quell’anno, fu consacrato Imperatore di un Regno funestato da guerre da ogni parte dei confini e condannato alla dissoluzione.
Fra alterne vicende, il conflitto con i Persiani continuò per un paio di lustri.
Il Generale Giovanni Mystacon, più volte battuto fra il 582 ed il 583, fu richiamato nella capitale e sostituito con il Generale Filippico; ma l’esercito fu decimato da epidemie e carestie riscattate solo nel 586 dalla significativa vittoria di Solacon.
In conseguenza di questo successo, i Bizantini invasero l'Arzanene ma la campagna si chiuse con una drammatica ritirata.
Deciso a ridurre i costi del conflitto, intanto, Maurizio tagliò di un quarto la paga delle truppe. L’iniziativa, saldata alla sostituzione del Magister Militum per orientem Filippico con Prisco, provocò un ammutinamento a Monocartum, ove fallì il tentativo del nuovo Generale di riassumere il controllo della situazione attraverso la conferma delle vecchie condizioni economiche.
L’esercito designò Comandante il Cesare della Fenicia Libanense Germano.
Il Basileus percorse la via della riconciliazione richiamando Prisco e sostituendolo ancora con Filippico, ma anche costui fu cacciato.
Profittando della concitazione, i Persiani attraversarono la frontiera e entrarono in Costantina, donde proprio Germano li ricacciò energicamente.
Il malcontento delle truppe cessò solo nell’estate del 589, quando gli fu riconosciuto il precedente trattamento: Filippico rientrò nel ruolo di Capo dell’esercito, ma subì numerose sconfitte dal nemico che conquistò anche la piazzaforte di Martyropolis.
Insoddisfatto del suo operato, malgrado gli fosse cognato Maurizio lo sostituì con Comenziolo. Anche costui deluse le aspettative: nella battaglia di Sisarbene si dette addirittura alla fuga e fu solo grazie ad Eraclio il Vecchio che i Bizantini ripresero il controllo della situazione.
Cosroe II, peraltro deposto dal Generale Bahram, chiese aiuto al Basileus proponendogli in cambio la restituzione di Dara e Martiropoli e la cessione di parte dell'Armenia persiana e dell'Iberia, proprio mentre i Legati dell’usurpatore , pur di garantirsi la neutralità nella guerra civile, aggiungevano a quelle offerte la consegna anche di Nisibi.
Il Sovrano scelse la via della legittimità ed inviò folte truppe al comando di Narsete, per restaurare lo Š?h che tornò al potere e manifestò la propria gratitudine cedendo la Mesopotamia Nord/ orientale, l’Armenia fino alla capitale Dvin, l’area del lago di Van e l’Est della Georgia fino a Tbilisi.

La Politica interna

Il Basileus riorganizzò ad Ovest i domini d’Italia ed Africa come Esarcati controllati da Governatori militari detti Esarchi, ovvero viceRé autonomi, assistiti da Prefetti del Pretorio in àmbito civile e da Magistri Militum in àmbito militare.
L’edificio politico/amministrativo mirava a garantire i territori bizantini in Occidente da aggressioni di Longobardi, Mauri e Visigoti. Così, nel 585, l'Esarcato italiano fu diviso in sette distretti: Liguria, Istria, Ravennate, Pentapoli, Venezia, Roma e Napoli. Ne assunse la guida l’Esarca di Ravenna Smaragdo.
Nel 597 Maurizio si ammalò e redasse testamento, come annotò Teofilatto Simocatta nelle sue Storie: … Colpito infatti da una grave malattia, Maurizio, nel quindicesimo anno di dominio imperiale, ripartiva per iscritto il potere. A Teodosio, il figlio più anziano, postolo a capo di Costantinopoli, affida le questioni orientali; Tiberio invece lo sistemò come sovrano della vecchia Roma e gli assegnò l'Italia e le isole del mar Tirreno; il resto dell'Impero dei Romani lo suddivise tra gli altri figli, affidandone la tutela, data l'età minore, a Domiziano, legato a Maurizio da legami di parentela. Costui ricopriva la carica di arcivescovo della famosa chiesa dei Meliteni, uomo abile nell'azione, ancor più abile nella politica: e dunque per la sua grande intelligenza dell'Imperatore gli erano state affidate le più importanti questioni dell'Impero dei Romani …
La circostanza che egli mirasse a restaurare l’Impero d'Occidente con Roma capitale indica radicato il concetto di struttura imperiale universale ed unica, collegialmente governata.
L’ipotesi avanzata da alcuni Storici circa l’affidamento a due dei suoi figli più giovani dell’Illirico e del Nord Africa rilancerebbe il concetto tetrarchico di Diocleziano; tuttavia fu la morte violenta del Basileus ad impedirne la realizzazione.
Ancora in àmbito di politica interna, egli condizionò la fuga dei Decurioni che, pur di sottrarsi alle proprie responsabilità, optavano per la vita monastica, promulgando un editto di veto della tonaca per i Funzionari pubblici e per i Militari.
Papa Gregorio insorse, ma invano.
L’esigenza di risanamento del bilancio, danneggiato dal predecessore, indusse poi all’incremento di tasse ed alla nuova riduzione delle paghe dell’esercito.
L’iniziativa fu cavalcata ancora dal Primate romano che, nel 595, denunciò le soverchierie imposte dai Referenti imperiali agli abitanti delle isole del Mediterraneo occidentale, costretti anche a vendere i figli e a trasferirsi presso i Longobardi, mentre in Sardegna i candidati al Governatorato usavano i suffragia estorti alla gente per comperare le cariche, in sprezzo della specifica legge giustinianea.
Quanto alle questioni religiose, pur aderendo alle prescrizioni del Concilio di Calcedonia, Maurizio fu tollerante con i Monofisiti : si oppose, infatti, alle persecuzioni adottate dai precedenti governi e varò una legge che esentava gli Scismatici dall’obbligo ad aderire alla confessione ufficiale.
In quell’àmbito, appoggiò il Patriarca Giovanni Nesteute nella querelle con la Chiesa di Roma: il Patriarcato di Costantinopoli rivendicava per la Chiesa orientale il medesimo prestigio ecumenico di quello riconosciuto all’Episcopato romano. Il raggiungimento di quella paritaria condizione era condizionato da due problemi: l’uno risiedeva nell’esigenza di ridurre le autonome Diocesi d'Oriente, ovvero Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, sotto la giurisdizione di Bisanzio; l'altro stava nel contenere l’interferenza papale negli affari ecclesiali bizantini e nel riconoscimento del Patriarca di Costantinopoli come suo pari. Così, Giovanni Nesteute si autoproclamò Vescovo Ecumenico e Gregorio Magno lo condannò indirizzando al Basileus ed alla Basilissa sollecitazioni che portassero il ribelle all’obbedienza: a suo avviso, l'assunzione da parte del ribelle del titolo universale indicava l’imminenza dell’avvento dell'antiCristo.
Maurizio respinse quelle argomentazioni e sostenne, invece, le attribuzioni di Giovanni alla dignità ecumenica scaturendone un aspro conflitto con la Chiesa romana.
I toni si attenuarono con la morte del Patriarca, benché il successore Ciriaco ne ereditasse le prerogative.
Altro obiettivo politico del Basileus fu la liberazione dell’Italia dall’oppressione longobarda. Ne fu, tuttavia, distratto dall’impegno a respingere le incursioni di Avari e Sassanidi, così vanificando le riconquiste conseguite precedentemente col sostegno degli sleali Franchi.
La prima alleanza con costoro fu dell’584, quando la Corona offrì cinquantamila solidi a Childeberto II che, invasa l’Italia, barattò poi con i Barbari una somma maggiore per il rientro in Gallia, non restituendo al governo di Costantinopoli quanto aveva già incassato.
In seguito, fu il Duca Droctulfo a tradire Re Autari che lo assediò a Brescello obbligandolo a riparare a Ravenna, mentre Smaragdo riusciva a negoziare una tregua triennale. Il transfuga sostenne i Bizantini nella riconquista di Classe ed alla sua morte fu sepolto con onori accanto al martire Vitale.
Malgrado la condotta scorretta, nel 585 Maurizio chiese ancora il sostegno dei Franchi: persuaso che la propria sorella Ingonda fosse ancora viva e prigioniera a Costantinopoli, Childeberto si prestò a condizione del suo rilascio, malgrado gli accesi contrasti con gli Alamanni.
Nel 587, inviata un’Ambasceria al Basileus, a conferma dell’appoggio contro i Longobardi, egli ne assalì il territorio conseguendo una completa disfatta, esaltata da una ignominiosa ritirata. Una ulteriore invasione avvenne nel 590, quando il Legato Grippone tornò da Costantinopoli e riferì che Maurizio era deciso a vendicare un'offesa subìta da Childeberto a Cartagine. Anche questa spedizione fu coronata da insuccesso: il Duca francese Olone ed i suoi uomini furono massacrati a Bellinzona.
Il Duca Andualdo e sei suoi sodali, allora, si inoltrarono fino a Milano e vi incontrarono una Delegazione imperiale con la quale, secondo quanto assume Paolo Diacono, definirono un nuovo programma di guerra. Contro il mancato arrivo delle pur assicurate truppe bizantine, dopo sei giorni i Franchi scesero a Piacenza, dopo aver demolito vari castelli in Trentino, e presero molti prigionieri. Furono però costretti da un’epidemia al rientro in Gallia.
Epperò, due epistole inviate dall'Esarca Romano a Childeberto chiariscono che l’invasione era stata più importante di quanto ammettesse lo stesso Diacono: fino, cioè, a porre in pericolo lo Stato longobardo.
Dalla prima missiva si apprende che l'Esarca, presa Mantova, Altino e Modena, aggiogò i Duchi di Reggio, Parma e Piacenza e che il Duca franco Cedino, giunto a Verona in armi, aveva incontrato Legati imperiali decisi con lui ad assediare Pavia, abbattendo la Monarchia dei Longobardi; tuttavia poi si preferì una tregua decennale con costoro. Nella stessa lettera l'Ufficiale bizantino supplicava Childeberto di liberare gli Italici schiavizzati dai Franchi e di provare ancora a liberare l’Italia. Dalla seconda epistola si apprende che Romano aveva riconquistato l'Istria e che un altro esercito, con il Patrizio Nordolfo ed un tale Ossone, aveva sottomesso molte città. Consapevole dell’ascendente esercitato su Childeberto dal Sovrano di Borgogna Guntranno, il Re Autari inviò Messaggeri di pace: l’intesa fu raggiunta; ma il Sovrano morì e gli successe Agilulfo, mentre territori bizantini nell'Italia centrale erano minacciati da Ariulfo, nuovo Duca di Spoleto che, nel 591 aveva preso le città del corridoio umbro condizionando le comunicazioni tra Roma e Ravenna, e aveva assediato la stessa Roma abbandonandola solo dopo aver incassato un tributo.
La reazione bizantina non si fece attendere: nel 592 l'Esarca di Ravenna riprese Sutri, Orte, Bomarzo, Todi, Amelia, Perugia e Luceoli.
Per rappresaglia, Agilulfo uccise il longobardo e filobizantino Maurisione e tornò a Pavia ma, fra il 593 e 595, profittando dei cattivi rapporti tra l'Esarca e il Papa, assalì Roma: Gregorio ne comprò la pace al prezzo di cinquemila libbre d'oro e tentò di condurre le parti ad una tregua, ma il turbolento Funzionario imperiale si oppose e lo denigrò presso la Corte imperiale, deteriorandone le relazioni col Basileus, che gli indirizzò una lettera offensiva.
Risentito, il Pontefice sollecitò Maurizio a diffidare dei cattivi Consiglieri.
Morto l’Esarca Romano, gli subentrò Callinico che, nel 599, definì un armistizio con i Longobardi ma, già fra il 601 e 602, egli stesso lo infranse impadronendosi di Parma e prendendo in ostaggio la prima moglie e una figlia di Agilulfo.
Per reazione, costui occupò Cremona, Mantova e Vulturina.
A Callinico successe Smaragdo.

I fronti minori

Durante il Regno di Maurizio giunsero funeste notizie anche dalla Spagna.
La sua parte Sud/orientale era stata riconquistata tra il 552 ed il 554 e nel 568 ascese al trono gotico Leovigildo che, perseguitando i Cattolici, consolidò lo Stato; risusse il potere della Nobiltà; imitò i titoli ed i simboli della Corte bizantina; favorì la fusione tra la sua gente e la popolazione locale anche attraverso la revoca del veto a nozze miste; allestì operazioni militari tese al rilancio della Corona; conquistò, nel 570, la bizantina Medina Sidonia; s’impadronì nel 572 di Cordova; occupò Baza e devastò l’area di Malaga; irruppe nella valle del Guadalquivir e distrusse gruppi di Contadini che avevano creato una zona cuscinetto tra Imperiali e Goti; spostò, nel 577, le azioni belliche nella regione di Orospeda; nel 584 assalì ancora Cordova; nel 585, profittando della morte del Re degli Svevi Teodemiro, accorpò la Galizia sveva.
Nel 586 si spense e gli successe il figlio Recaredo I che, continuando a romanizzare il Regno, abiurò la fede ariana e si convertì al Cattolicesimo.
In quella stessa fase, il governo della Provincia bizantina fu affidato ad un Magister Militum Spaniae subordinato all’Esarca di Cartagine: si trattò, forse, di Comenziolo che restaurò le porte di Cartagena.
Sullo sfondo di quegli incalzanti eventi, nel 589 il Primate Leandro di Siviglia presiedette il III Concilio di Toledo ove prese atto dell’addesione, suggerita da Recaredo, di quasi tutto l’Episcopato ariano alla confessione cattolica.
Da quel momento l’Impero, non più alfiere dell’ortodossia, perse l’appoggio della Chiesa che si accordò con i Goti attribuendosi il ruolo di mediatrice tra essi e i Bizantini.
Poco si conosce del dopo: pare che il Basileus riprendesse l’offensiva spingendo Recaredo a chiedere la pace. E’ certo che nell’agosto del 599 egli scrivesse a Gregorio offrendosi di riconoscere il territorio imperiale secondo il trattato stipulato a suo tempo dal padre con Giustiniano.
Dissuadendolo da ogni sorta di concessione, il Papa lo avvertì che l’atto era andato perduto in un incendio. Così, sfumata ogni ipotesi di pace, la riconquista gotica riprese portando l’Impero alla perdita di tutti i suoi territori spagnoli.
Problemi maturarono anche in Africa, ove i Mauri avevano ripreso le ostilità.
Nel 587 circa, Maurizio decise di crearvi un Esarcato con capitale in Cartagine, donde l’Esarca Gennadio amministrò tutta l’area di pertinenza già parte del Regno vandalo, fino al confine con la Cirenaica, la Spagna, la Corsica, la Sardegna e le isole minori così garantendo l’ordine fino alla invasione araba della fine del VII secolo.

Slavi ed Avari

Gli Slavi ed Avari furono la più pericolosa minaccia per l’Impero: nel 586 i primi ruppero la tregua, irrompendo sulla fascia meridionale del Danubio; i secondi assediarono Tessalonica.
Già impegnata sul fronte orientale contro la Persia, la Corona sembrò perdere potere nell’area: deciso a reagire, nel 587 Maurizio affidò un esercito di diecimila unità al Generale Comenziolo, la cui missione balcanica si risolse in un fallimento.
Nel 588 gli Avari entrarono in Tracia, misero a sacco Anchialo, assediarono Tzurulum.
Preso dal conflitto con i Sassanidi, l’Imperatore dovette esborsare circa sessantamila nomismata per ottenere una fragile tregua ma, dopo la vittoria sui Persiani, condusse una serie di spedizioni.
Indifferente al parere della Basilissa, del Senato e del Patriarca, egli decise di assumere il comando dell’esercito e di partire per Anchialo, ma una serie di funesti eventi: la morte del suo cavallo, l'incontro con un cinghiale, una tremenda tempesta, la nascita di un bambino mostruoso, lo insussero a desistere dall’insolito proposito e a rientrare a Costantinopoli.
Nel 593, cessata la guerra persiana, iniziò comunque la controffensiva contro Avari e Slavi affidando le truppe al Generale Prisco che, guadato il Danubio, li annientò due volte. Quando però Maurizio ordinò ai soldati di svernare in territorio nemico ed essi si ribellarono, temendone l’ammutinamento Prisco trasgredì l'ordine e si acquartierò sul Mar Nero.
Il Basileus lo destituì per insubordinazione e lo rimpiazzò col proprio fratello: il Generale Pietro. Per ripianare il disagio economico nazionale, poi ridusse le spese di guerra diminuendo i salari dei soldati. Costoro insorsero, costringendo il loro nuovo Comandante ad erogare il dovuto; malgrado Pietro avesse ottenuto dei successi in Tracia contro gli Slavi, il Sovrano allora contrastò la decisione del germano e lo sollevò dall’incarico che riassegnò a Prisco. Costui fronteggiò un ulteriore attacco degli Slavi, che avevano intanto distrutto Singidunum e devastato la Dalmazia, e pacificò l'Illirico e la Tracia. Il khagan Bayan, tuttavia, replicò alle vittorie bizantine sferrando una contrassalto a sorpresa nell'autunno del 597 e conquistando Druzipara, alle porte di Costantinopoli.
La capitale era in pericolo: il Basileus decise di radunare l'esercito di Comenziolo e di consolidarlo con le Guardie imperiali e membri dei Verdi e degli Azzurri. Un contagiò di peste, però, si diffuse fra gli Avari decimandoli ed inducendoli ad abbandonare la fascia balcanica, a condizione che il tributo passasse da cento a centoventimila nomismata.
Benché il morbo contaminasse anche i Bizantini, l’Imperatore impose a Prisco di attaccare i nemici: la nuova campagna, iniziata nell'estate del 599, fu un successo: l’esercito vinse cinque battaglie; sterminò circa sessantamila Barbari, tra cui quattro figli del Khagan; prese oltre diciassettemila prigionieri; invase la Dacia traiana.
Il Generale fu tuttavia richiamato a Costantinopoli per il rischio che Bayan la assediasse.
Nel 602 il limes bizantino fu riportato sul Danubio e l’Imperatore ripopolò le zone devastate dagli Avari con Coloni armeni.
Gli alti costi delle spedizioni belliche e della riorganizzazione dell'Impero gli imposero, però, di inasprire il sistema fiscale. L’iniziativa, che lo rese assai impopolare, si saldò all’uccisione di prigionieri per il cui rilascio egli aveva rifiutato di pagare il riscatto.
Due anni più tardi, l’ordine impartito alle truppe di svernare nelle terre oltre il Danubio, per contenere le spese, si risolse in una generale ribellione: l’esercito insorse e designò Imperatore il Centurione Foca che marciò sulla capitale per rovesciare il Basileus.

La fine

Se la Popolazione di Costantinopoli si fosse mantenuta fedele alla Corona, la rivolta sarebbe stata stroncata sul nascere; voltò, invece, le spalle a Maurizio che, sottostimando altri rischi concreti e allarmato dalle mire del consuocero Germano, fiancheggiatore dei ribelli, decise di eliminarlo.
Costui si sottrasse all’arresto ed all’esecuzione rifugiandosi nella Chiesa dell'Hagia Sophia. La Guardia imperiale lo inseguì nel sacro luogo, ma la gente lo difese e, quando la ribellione si estese a tutta la città, il Basileus non ebbe altra alternativa dalla fuga.
Una violenta tempesta lo costrinse ad attraccare a Calcedonia ed a riparare nella chiesa locale di Santo Autonomo. Impedito nei movimenti da una recrudescenza artritica, egli incaricò il primogenito Teodosio di chiedere aiuto a Cosroe II, cui anni prima aveva recuperato il trono usurpatogli.
Foca, intanto, entrava nella capitale e vi veniva incoronato dopo aver impegnato contingenti per la cattura dell’Imperatore deposto e dei suoi congiunti.
Così raccontò ne raccontò la morte Edward Gibbon nella sua History of the decline and fall of the Roman Empire: …I ministri della morte vennero inviati in Calcedonia: essi trascinarono l'Imperatore fuori dal suo santuario; e i cinque figli di Maurizio vennero assassinati in successione sotto gli occhi del loro agonizzante genitore. A ogni colpo che sentiva al cuore, trovava la forza di emettere una pia esclamazione: "Tu sei giusto, O Signore! E le tue sentenze sono giuste!". E, persino negli ultimi momenti, aveva un così rigido attaccamento alla verità e alla giustizia, che svelò ai soldati la pia menzogna di una bambinaia che aveva spacciato suo figlio per uno degli infanti reali. La tragica scena fu finalmente chiusa dall'esecuzione dell'imperatore stesso, nel ventesimo anno del suo regno e nel sessantatreesimo anno della sua età. I corpi del padre e dei suoi cinque figli vennero gettati in mare; le loro teste vennero esposte a Costantinopoli agli insulti o alla pietà della moltitudine; e fu solo quando i primi segni di putrefazione erano apparsi, che Foca decise di dare privata sepoltura a questi resti venerabili. In quella tomba, gli sbagli e gli errori di Maurizio vennero cortesemente sepolti. Il suo fato solo venne ricordato; e alla fine dei venti anni, nella recita della storia di Teofilatto, il racconto luttuoso venne interrotto dalle lacrime del pubblico…
Si vuole che, nei giorni precedenti, Maurizio avesse fatto un sogno premonitore in cui con la sua famiglia veniva ucciso da un soldato di nome Foca. Turbato, avrebbe chiesto al genero Filippico, Comandante dell'esercito, se lo conoscesse. Costui gli avrebbe risposto di sapere che un Centurione con quel nome era noto per la codardìa. L’Imperatore avrebbe allora detto: se è un vile, sarà sicuramente un assassino; ma Filippico gli avrebbe suggerito di accattivarsi le simpatie delle truppe, sì da prevenire ragioni di ribellione.
Il consiglio non fu ascoltato.

Bibliografia:

  • G. Ostrogorsky: Storia dell'Impero bizantino
  • G. Herm: I bizantini
  • A. Ducellier: Bisanzio
  • G. Ravegnani: Imperatori di Bisanzio