ORNELLA MARIANI

Pizarro Francisco

di Ornella Mariani

Francisco Pizarro

Il termine ispano/portoghese Conquistadores è normalmente riferito ad Avventurieri e Hidalgos che, tra il secolo XV e XVII, posero gran parte delle Americhe sotto il controllo dell'Impero coloniale spagnolo, all’insegna del motto: Siamo venuti per servire Dio, il Re e anche per diventare ricchi, nel quale immisero il valore pretestuoso di una improbabile crociata antipagana.

Non è un caso che, prima degli assalti: brutali e sanguinosi, in danno delle Popolazioni autoctone, invocassero la protezione di Santiago Matamoros.

Nei primi decenni del ‘500, così, si avventarono sugli Indigeni mesoamericani e le circostanze scaturite dallo scontro furono consegnate alla Storia come Conquista dell’America: una conquista mossa dalla Scoperta; animata dall’ evangelizzazione domenicana che contribuì alla cancellazione definitiva di Civiltà straordinarie; realizzata attraverso l’uso di armi da fuoco e di cani e cavalli che, sconosciuti, atterrirono quelle Genti; connotata dalla diffusione di morbi che, in etnìe prive di difese immunitarie, provocarono una catastrofe demografica ad onta di una secolare e mitologica attesa di un Dio venuto dal mare.

Non fu un Dio né furono Dèi.

Furono i Conquistadores: che sterminarono intere tribù, impugnando da una parte il Crocefisso e dall’altra la spada.

Uno di essi fu Francisco Pizarro della cui infanzia e giovinezza si sa poco.

Nato a Trujillo verso il 1475, era figlio illegittimo di Francisca Gonzales y Mateos e del Colonnello di Fanteria Gonzalo Pizarro Rodríguez de Aguila, detto El Largo, distintosi nelle spedizioni militari in Italia e Navarra al seguito del Condottiero Gonzalo Fernàndez de Còrdoba.

Francisco fu legittimato ma, mai ammesso nella famiglia paterna, fu affidato alla madre: una contadina, e fece il guardiano di maiali. Così non fu istruito ed imparò a riprodurre per imitazione la propria firma.

Scarne sono anche le notizie riferite alla vita condotta prima del suo arrivo nelle Indie, nel 1502, con la spedizione del Governatore dell’isola di Hispaniola Nicolàs de Ovando.

Sembra certo che, fuggito a Siviglia, si imbarcasse per l’America e da Santo Domingo prendesse parte alle campagne nel golfo di Darine nel 1508; partecipasse, nel 1509, alla disgraziata avventura di Alondo de Ojeda verso Urabá in Colombia; seguyisse Vasco Nùñez de Balboa che, esplorato l’istmo di Panama, si inoltrò verso le coste del Pacifico.

Quando costui cadde in disgrazia presso le Autorità spagnole, fu Pizarro ad arrestarlo e a riceversi come compenso la nomina di Sindaco di Panama dal Governatore Pedro Arias Dàvila.

Dal 1519 al 1523, Francisco si arricchì sfruttando Encomiendas ma, quando apprese delle immense fortune rinvenute da Hérnan Cortés in Messico, per emularlo rivolse la propria attenzione verso gli inesplorati territori del Sud.

Procuratosi i capitali e la necessaria autorizzazione governativa, attraverso Diego de Almagro e l’Ecclesiastico Hernando de Lugue, nel 1524 partì; ma la spedizione di risolse in un disastro per la non conoscenza dei luoghi: l’Ecuador era composto da fitte giungle e malsane paludi che stroncarono la vita di molti dei suoi uomini.

Solo la diplomazia del Sacerdote placò la collera del Governatore e il rilascio del consenso a una ulteriore avventura, i cui risultati iniziali non furono migliori: la fame e le insidie del terreno indussero Almagro al rientro in Panamá ove, lungi dal potersi rifornire, fu arrestato dal nuovo Governatore Gabriel de los Ríos che ordinò il rimpatrio dei superstiti.

Pizarro e tredici dei suoi ignorarono il provvedimento e Luque e Almagro esercitarono pressioni tali, da ottenere un piccolo vascello comandato da Rodrigo Ruiz per recuperare gli irriducibili cui fu imposta la perentoria prescrizione di ritorno entro tre mesi.

Quella iniziativa di soccorso fu cruciale alla scoperta del Regno Inca: egli, infatti, per caso veleggiò in direzione di Tumbez e, una volta a Panama, esibì monili d'oro, manufatti, lama e Indigeni raccolti sul posto.

A quel punto, malgrado la pessima reputazione di Pizarro, il Governatore assentì ad un’altra spedizione previo consenso della Corona.

Così, nel 1527 il Conquistatore s’imbarcò per la Spagna trovandovi un clima reso favorevole dai successi riscossi da Cortés.

Nel 1528 i Regnanti incoraggiarono la sua iniziativa concorrendo alle spese; lo autorizzarono a reclutare duecentocinquanta elementi; gli concessero, attraverso le Capitolazioni, la carica di Governatore delle aree che avrebbe conquistato.

Pizarro prese al seguito quattro fratellastri: Hernando, Juan, Gonzalo e Martìn e, con alcune decine di sodali partì per le Americhe.

Nel gennaio del 1531, il suo convoglio di tre imbarcazioni, i cui occupanti erano divisi da forti animosità, attraccò nella baia di San Mateo e giunse a Tumbez trovandola devastata: l’Impero era insanguinato da una guerra civile tra i fratelli Atahualpa di Quito e Huascar del Cuzco.

Il Conquistatore offrì i propri servigi a quest’ultimo che, avuta ragione del germano, ricevette gli Spagnoli nella andina Cajamarca il 15 novembre del 1532: parallelamente, su essa marciava Atahualpa, alla testa di ben trentamila fedelissimi.

Pizarro inviò un’Ambasceria composta dal fratello Hernando e da Hernando de Soto per conoscerne le intenzioni: i due riferirono dell’imminente arrivo di quella Armata disciplinata e pugnace.

Impossibilitati a cimentarsi in uno scontro campale, gli Spagnoli attuarono una iniziativa di estrema audacia: il Domenicano Vicente de Valverde, confortato da un interprete indigeno rappresentò al Re i principi della confessione cristiana; spiegò che il suo Signore, il Re di Spagna, era il legittimo proprietario di quelle terre, infeudategli dal Papa; chiese ad Atahualpa di riconoscersene Vassallo e gli esibì la Bibbia, che egli scaraventò a terra dopo averla accostata all’orecchio senza rinvenirne suoni.

Il Religioso la raccolse e, gridando È l'Anticristo!, incitò Pizarro all’attacco in nome delle Fede.

L’assalto, in realtà, era già stato nei dettagli preparato la sera precedente:  l’azione fu talmente rapida ed inattesa che gli Inca, peraltro disarmati, non ebbero tempo di opporre resistenza: si trattò di una carneficina, conclusa dalla cattura di Atahualpa.

A notte, migliaia di corpi giacevano nella piazza.

Le conquiste

Persuaso di avere salva la vita e edotto dell’avidità iberica, Atahualpa offrì un favoloso riscatto in oro: pari a quanto poteva essere contenuto nella stanza in cui era prigioniero, fino all'altezza di una riga tracciata col braccio teso.

Alcune stime lo ammontano a ben oltre quaranta milioni di euro; altre a un volume di circa ottanta metri cubi recuperato con lo spoglio dei Templi del Regno.

In dispregio della parola data, gli Spagnoli gli negarono la libertà e, dopo un processo sommario per tradimento, lo giustiziarono.

Pizarro contrastò la decisione ma poi, sollecitato da Valverde e dal Tesoriere della Corona Alonso Riquelme, assentì: il 26 luglio del 1533 Atahualpa fu garrotato alla presenza della moglie e dei figlioletti, nella piazza principale di Cajamarca dopo essersi in extremis convertito e dopo avere accettato il battesimo.

La conquista proseguì con la presa del Cuzco, capitale inca eroicamente difesa dal Generale Quizquiz che non riuscì comunque ad evitarne la perdita, anche per le defezioni di gran parte delle Tribù schieratesi con gli Invasori.

Alimentate le rivalità locali, costoro insediarono dei Re/fantoccio da gestire a vantaggio dei propri interessi, contando sulla fedeltà popolare alle Istituzioni. Tupac Huallpa fu il primo, cui successe Manco II.

Nel frattempo, ormai Governatore di un vasto Impero, Pizarro aspirava a un accesso all’oceano e alla ristrutturazione dei territori in una forma che desse prestigio alla carica: il Cuzco era stata la capitale inca.

Decise, pertanto, la fondazione di una nuova sede di riferimento e la fondò il 15 gennaio del 1535, dandole il nome di Ciudad de los Reyes: oggi Lima.

Quanto alle altre aree ancora inesplorate, egli le occupò e distribuì ad una rete di suoi leali Collaboratori.

Restavano, tuttavia, questioni da dirimere: Manco II preparava una rivolta mentre Diego de Almagro rivendicava sempre più minacciosamente il riconoscimento di diritti a suo dire lesi.

Mentre Pizarro badava alla costruzione della città, si verificarono eventi imprevedibili: alla partenza di Hernando per la Spagna, i fratelli Juan e Gonzalo avevano contestato il governo locale almagrino: il possesso del Cuzco e la carica di Adelantado era una delle clausole inserite da Luque negli accordi per dirimere la querelle tra le parti.

Il Conquistatore comprese di non poter revocare gli impegni assunti e, prima di tornare a Lima, propose un’opzione: si diceva di un Regno nel Sud altrettanto ricco di quello degli Inca. Se la notizia avesse trovato riscontro e se Almagro ne avesse effettuato la conquista, ne sarebbe stato Capo e Padrone. Diversamente, sarebbe tornato in Perù e avrebbe preso possesso del Cuzco.

Manco II, intanto, divenne oggetto di meschine umiliazioni da parte dei fratelli del Governatore e la sua immagine ne fu appannata in particolare quando i suoi detrattori attentarono all’onore della sua sposa.

Soffiavano venti di vendetta.

La rivolta scoppiò improvvisa e sconvolse l’intero Perù.

I primi a conoscere l'odio degli Indigeni furono i Coloni spagnoli, massacrati a decine; ben presto, poi, un’Armata si presentò al Cuzco e a Lima che, isolate, dovettero misurarsi con un lungo assedio.

Arroccato in Lima, Pizarro temeva per la vita dei fratelli, già dati per morti: gli Inca, assimilate le tattiche belliche europee, annientarono anche le colonne di soccorso pur non riuscendo a sopraffare i due nuclei di resistenza: la difesa offerta dalle mura cittadine fu determinante e il travolgente impeto della Cavalleria giocò sempre un ruolo determinante, nelle varie sortite connotanti il conflitto. Altro elemento cruciale fu l'intervento delle etnie che, ostili agli Inca, agirono a sostegno degli Spagnoli: esso si risolse in una sostanziale guerra fra Indigeni che, in omaggio alla stagione delle semine, decisero di sciogliere l'assedio.

Manco II arretrò sulle montagne, inseguito dagli Invasori vittoriosi.

La Morte di Almagro

Quasi alla fine del conflitto, Almagro era tornato dal Cile: non vi aveva trovato che periferie deserte e Indigeni ostili. Aveva, per contro, appreso che Hernando Pizarro, reduce dalla Spagna, aveva portato le nuove disposizioni reali col conferimento del dominio delle terre site oltre duecentosettanta miglia dal villaggio di Zamuquella.

Non era chiaro se la distanza fosse calcolata per linea d'aria o seguendo la costa: da tale misura sarebbe dipeso il possesso del Cuzco; pertanto, puntò sulla città che riteneva sua di diritto.

I Pizarro cercarono di negargliene l'accesso, ma egli forzò gli sbarramenti e catturò molti nemici.

A Lima il Conquistatore fu raggiunto dalla notizia che i suoi familiari erano ostaggi del vecchio compagno d'avventure, ora irriducibile nemico: scelse la via negoziale e trovò un compromesso: Almagro avrebbe liberato Hernando, se costui avesse giurato di tornare in Spagna: la Corona avrebbe deciso il possesso del Cuzco. Tuttavia, il desiderio di rivalsa prevalse: trovato un Sacerdote che lo liberò dal giuramento, il giovane Pizarro arruolò un esercito per attaccare il rivale.

Francisco, dal canto suo, si tenne estraneo alla pericolosa impresa, in modo da non avere responsabilità negli avvenimenti che ne fossero scaturiti.

Il destino di Diego Almagro si compì il 26 aprile del 1538 nella Pianura di Las Salinas: sconfitto e catturato, fu fatto giustiziare da un Hernando immemore del trattamento riservatogli quando le parti erano invertite.

L’atto gli sarebbe costato oltre venti anni di galera.

Il Governatore ne fu ritenuto moralmente responsabile

Morte di Pizarro

Manco II era transfuga sulle montagne.

Almagro era stato liquidato.

Pizarro intanto nominato Marchese della conquista, si dette all’organizzazione dei territori sotto la propria giurisdizione, affrancandoli dalle turbolenze indigene: prima tentò di accordarsi col Sovrano in fuga, senza riuscire a rimuoverne l’ostilità; poi attuò una brutale politica repressiva.

Prima vittima fu Cura Ocllo, moglie del Sovrano.

Ella fu a lungo torturata e infine uccisa.

Poi fu il turno di sedici Capi indigeni: arsi vivi.

La ferocia di cui il Conquistatore aveva dato prova fu stigmatizzata anche dai Cronisti spagnoli coevi.

L’avversario non se ne fece intimidire ed egli, allora, costruì città/presidio e si ritirò a Lima, ove convennero anche i superstiti delle schiere di Almagro, dando vita ad una conflittualità latente.

Gli Indigeni, non ufficialmente perseguitati ma vittime di sistematiche misure repressive e privi di qualsiasi fonte di sostentamento, rifiutarono di piegarsi rassegnandosi all’indigenza piuttosto e ricorsero alla Corte spagnola.

Sensibile alle loro disperate istanze, questa inviò Cristòbal Vaca de Castro, per tutelare i diritti di quei sudditi.

All’entusiasmo col quale essi si accinsero ad accoglierlo, fece seguito lo scoramento: il Legato era scomparso in mare o, forse, era stato ucciso da Pizarro.

Era ora di pareggiare i conti a costui.

Il 26 luglio del 1541, una quindicina di uomini irruppe nel palazzo del Governatore che, colto di sorpresa, si barricò nelle sue stanze in attesa di aiuto: egli era col fratellastro Martin de Alcantara, con due Camerieri e col Capitano Francisco de Chavez, celebre sterminatore di Indios: a fronte degli Aggressori tentò di essere conciliante, ma fu abbattuto con una stoccata. Analoga sorte toccò a Pizarro e ai suoi.

Notizia del delitto attraversò rapidamente la città, suscitando grida di giubilo dei partigiani di Diego Almagro. Il Capitano Juan de Rada si pose a capo della rivolta, ma accortamente ne offrì la guida al carismatico ventenne El Mozo, omonimo del padre.

Il corale grido Almagro ne esaltò la nomina a nuovo Governatore.

Era la guerra civile.

Nella concitazione, nessuno seppe che il Legato spagnolo, sopravvissuto al naufragio, era in marcia verso Lima.

Pizarro, intanto, fu sepolto in una fossa: le sue spoglie sono attualmente ospitate sotto l’altare maggiore della cattedrale di Lima.

Non si era mai sposato, ma aveva avuto da due Principesse indigene figli che legittimò: Gonzalo e Francisca da Iñes Huayllas Yupanqui; Francisco e Juan da Añas Yupanqui.

Dopo l’assassinio dell’inviso Conquistatore, Cristóbal Vaca de Castro sedò la  rivolta di Diego Almagro e assunse il controllo dell’area.

Gonzalo Pizarro insorse e tenne il potere fino al 1548, quando fu sconfitto e giustiziato.

Manco II cadde in un agguato nel 1544, ma la rivolta inca montata durante il regno di Vilcabamba continuò con i suoi figli fino al 1571, quando l'ultimo signore del Tahuantinsuyo: Tùpac Amaru, fu condannato a morte dal viceRé Francisco de Toledo.

Bibliografia

  • M. Ballesteros Gaiarine Francisco Pizarro
  • Louis Baudin La vie de François Pizarro
  • M.J. Quintana Vidas de españoles celebres