ORNELLA MARIANI

D'Amalfi Tommaso Aniello

di Ornella Mariani

Tommaso Aniello d’Amalfi

Nella prima metà del ‘600 Napoli versava in un’insopportabile crisi socio/ economica, appesantita dalle pretese della Corona di Spagna che, considerando il Regno come una colonia, col conforto del Clero e dell’Aristocrazia, esigeva onerosi balzelli per le sue campagne militari. 

Quel clima in cui maturarono pauperismo e sfiducia verso le Istituzioni e i loro referenti: Sbirri, Gabellieri, Doganieri, Funzionari e Giudici estranei alla tradizione e alla cultura locale,  spianò la via al mito di Masaniello propostosi in Europa come sinonimo di quella Libertà e Eguaglianza successivamente affermata dalla Rivoluzione Francese: Eroe del Popolo e Agitatore politico, malgrado liquidato in una manciata di giorni, con la sua rivolta indebolì il secolare dominio spagnolo e spianò la via all’instaurazione della fragile Real Repubblica Napoletana, riaccendendo tra Spagna e Francia la vecchia querelle  per il possesso del trono partenopeo.

Quel suo tentativo di garantire Giustizia sociale sarebbe poi stato reiterato nel 1701, ancora con la Congiura di Macchia quando, pur sostenuto da motivazioni politiche di diverso profilo, il Principe Gaetano Gambacorta e la Nobiltà napoletana  tentarono di rovesciare il Governo vicereale profittando della crisi successoria aperta dalla morte di Carlo II e dall’estinzione del ramo asburgico spagnolo.

Viva 'o Rre 'e Spagna, mora 'o malgoverno

Così gridò Tommaso Aniello d’Amalfi fra il 7 e il 16 luglio del 1647, guidando l’ insurrezione e sollecitando il Sovrano alla difesa della povera Gente dalle soverchierie dei Funzionari reali.

Iniziò ai primi di giugno, quando il carismatico e accattivante Pescivendolo fu incaricato di istruire un gruppo di Lazzari nella parte di Alardi, nella festa della Madonna del Carmine, nella cui omonima chiesa fu insediato un Comitato Rivoluzionario.

Dietro le quinte, un esperto Regista: l’ultraottantenne Sacerdote e Giurista, Tribuno e Letterato Don Giulio Genoino, caduto in disgrazia una ventina d’anni avanti per una fallita rivolta mirata ad equiparare i diritti del Popolo a quelli dei Nobili.

Figlio del Pescatore Francesco d’Amalfi e di Antonia Gargano; fratello di Giovanni, di Grazia e di un Francesco morto in tenera età; marito nel 1641 della bellissima sedicenne Bernardina Pisa, Tommaso Aniello detto Masaniello era nato a Napoli il 29 giugno del1620, in una casa a metà strada fra Porta Nolana e il Rione Pendino: Vico Rotto al Mercato, uno dei tanti rivoli viari convergenti su quella grande Piazza, teatro di gran parte della Storia del Regno.

Per via del cognome, lo si ritenne a lungo di origine amalfitana e fu solo nel 1896 che Salvatore di Giacomo ne rinvenne l’atto battesimale nella chiesa di Santa Caterina in Foro Magno: … A 29 giugno 1620 Thomaso Aniello figlio di Cicco d'Amalfi et Antonia Gargano è stato battezzato da me Don Giovanni Matteo Peta, et levato dal sacro fonte da Agostino Monaco et Giovanna de Lieto al Vico Rotto…

Era la Napoli degli Asburgo/Spagnoli coinvolti in conflitti che agitavano l’Europa: la Rivolta dei Paesi Bassi, la Guerra dei Trent’Anni, l’Insurrezione catalana, la Ribellione siciliana, la Secessione del Portogallo.

Per sostenere lo sforzo bellico, la Corona aveva instaurato un regime fiscale vessatorio: il Siglo de Oro era ormai un ricordo!

Bello, con i capelli biondi trattenuti da una bandana e gli occhi neri, allegro e impudente, Masaniello era sostanzialmente un Contrabbandiere e lavorava a servizio della Nobiltà feudale: la Marchesa di Brienza e il Duca di Maddaloni Diomede Carafa; ma era anche un assiduo frequentatore delle patrie galere, condivise dalla moglie per aver introdotto farina in città, evadendo il Dazio: la libertà, pagata cento scudi, aveva alimentato insofferenza e rancore per i Reali.

Proprio in carcere, Masaniello conobbe il giovane Dottore in Legge Marco Vitale, figlio illegittimo di un celebre Avvocato; pezzi di Ceto medio estenuati dalle angherie dei Gabellieri e indignati dai privilegi della Casta e don Giulio che, nel 1619, nel perdurare del viceReame di don Pedro Téllez-Giròn, era stato chiamato due volte a rappresentare gli interessi del Popolo contro i soprusi dell’Aristocrazia e che, nel 1620, era stato destituito dal Consiglio Collaterale e arrestato. Tornato libero, nel 1639 egli aveva ripreso il proprio impegno sociale e aveva formato un folto gruppo di Agitatori: Francesco Antonio Arpaja, il Carmelitano Savino Boccardo; lo stesso Marco Vitale; vari Capitani delle ottine cittadine e una nutrita schiera di Lazzari.

Del Pescivendolo, però, fece il proprio braccio armato.

In precedenza, sotto il viceRé Juan Alfonso Enrìquez de Cabrera, il peso delle tasse era diminuito e, quando, dopo averne revocate alcune, fu pressato dal Governo di Madrid per reperire un milione di ducati necessari alla guerra contro la Francia, egli chiese a Filippo IV di essere rimosso dall’incarico.

A complicare la situazione era stato il successore: il fatuo, mondano e inesperto Rodrigo Ponce de Léon: ignaro che nel 1620 un analogo provvedimento avesse scatenato gravissimi disordini, nel 1646 egli reintrodusse un’onerosa gabella sulla frutta e, pertanto, il giorno della Vigilia di Natale, uscendo dalla Chiesa del Carmine, fu circondato da un gruppo di minacciosi Lazzari esigenti l’abolizione delle tasse sui prodotti di necessario consumo.

La richiesta fu accolta ma presto, convinto dai Nobili cui era affidata la riscossione, egli mancò alla promessa.

La scintilla insurrezionale fu provocata dalla Sicilia ove, nel biennio 1646/47, il malessere popolare degenerò in una serie di tumulti: il 24 agosto di quello stesso 1646, Messina insorse contro il dominio spagnolo e, nel maggio successivo, ci furono torbidi a Catania e Palermo.

Le circostanze incoraggiarono i Napoletani.

Il 6 giugno del 1647, alcuni Popolani condotti da Masaniello e dal fratello Giovanni bruciarono i banchi del Dazio di Piazza del Mercato e la domenica del 30, durante le celebrazioni della Madonna del Carmine, Lazzari vestiti da Arabi ed armati di alarbi raggiunsero il Palazzo reale.

L’azione dimostrativa si risolse in un nulla di fatto; sicché la domenica successiva, eccitati da Genoino, essi si riunirono ancora a Sant’Eligio con Marco Carrese, parente dei d’Amalfi e referente dei Fruttivendoli decisi alla obiezione fiscale.

Per placare la tensione montante fu chiamato il Mercante Andrea Naclerio, Eletto del Popolo. Malgrado il ruolo, tuttavia, costui si schierò con i Gabellieri e ne derivò una furiosa rissa nella quale il Carrese perse la vita.

Fu l’evento scatenante: Masaniello si pose a capo della reazione al grido di Viva 'o Rre 'e Spagna, mora 'o malgoverno e, sotto la reggia, sfondò le resistenze dei Soldati spagnoli e dei Mercenari tedeschi, irrompendo nelle stanze della viceRegina.

Vistosi a mal partito e incapace di controllare la situazione, che minacciava di contagiare le altre Province del Regno, il pavido viceRé riparò nel Convento di San Luigi, donde inoltrò all’arciVescovo Ascanio Filomarino un impegno all’abolizione delle imposte; si spostò poi a Castel sant’Elmo, ove si pose sotto la protezione del Capitano Martio Galiano; si rifugiò, infine a Castel nuovo finendo, per scarsità di munizioni e viveri, col ritornare in città e accettare le umilianti condizioni dei Ribelli.

Il Pescivendolo era soddisfatto; Genoino, invece, inseguendo un più ambizioso progetto, pretese il rilancio di un vecchio Privilegio concesso nel 1517 da Carlo V: riconoscere al Popolo una rappresentanza pari a quella dei Nobili e la giusta riduzione e ripartizione delle tasse tra Ceti.

Amico della Plebe, il Primate si propose mediatore apertamente sostenendo quelle rivendicazioni.

Nella notte tra il 7 e l'8 luglio furono puniti tutti gli Esattori di gabelle: per primo Girolamo Letizia, cui bruciarono la casa per aver fatto arrestare la moglie di Masaniello. Analoga sorte toccò a diversi palazzi nobiliari, alle case di ricchi Mercanti e a quelle di Potenti come Andrea Naclerio, che fu anche fucilato.

Arsi pure i Registri delle imposte, i Ribelli liberarono tutti i detenuti per contrabbando mentre Genoino otteneva la rimessa in vigenza dei documenti richiesti. Gli atti del viceRé risultarono, però, falsi e il Duca di Carafa, che tentò lo stesso inganno, fu smascherato e messo in fuga per sottrarsi alla furia dei Popolani, assieme al Priore della Roccella Gregorio Carafa.

Il 9 luglio, mentre si aspettava la consegna di quell autentici, Masaniello occupò la basilica di san Lorenzo e s’impadronì dei cannoni alloggiati nel chiostro: fu quanto bastò per la consegna del Privilegio originale al Cardinale Filomarino, che lo cedette a Genoino.

In realtà, esso era stato accordato alla fedelissima città da Ferdinando il Cattolico e poi era stato confermato dal nipote Carlo V nel 1517, al momento della consacrazione celebrata a Napoli da Clemente VII.

Il 10 luglio, quarta giornata di rivolta, il Duca di Maddaloni tentò un attentato in danno della vita di Masaniello, mandando trecento banditi nella chiesa del Carmine, suo sito di riferimento: la folla furiosa uccise Domenico Perrone e rincorse gli Altri, prima di vendicarsi sul fratello del Mandante, don Giuseppe Carafa che, ucciso, fu decapitato per far dono della sua testa al Pescivendolo.

Nella stessa giornata, entrarono nel golfo le galee spagnole di stanza a Genova.

Temendo uno sbarco, gli Insorti gli ordinarono di restare a un miglio dal porto, costringendo l'ammiraglio Giannettino Doria a implorare almeno la possibilità di reperire scorta di viveri per l’Equipaggio: la richiesta fu soddisfatta con quattrocento pezzi di pane.

In ogni periferia napoletana, intanto, rimbalzò il nome di Masaniello come Paladino dei Deboli e dei Poveri: giovedì 11 luglio, dopo la ratifica dei Capitoli del Privilegio da parte dell’Assemblea ancora riunita nella chiesa del Carmine, egli fu festeggiato e, col Cardinale Filomarino e il nuovo Delegato popolare Francesco Antonio Arpaja, si recò a palazzo reale per incontrarvi il viceRè.

Fu proprio allora: quando riceveva la nomina a Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano che, colto da malore, manifestò i primi sintomi d’instabilità mentale.

Re per una stagione

Così ne scrisse il Primate partenopeo a Innocenzo X: … Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando, di rispetto e di ubbidienza, in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti da' suoi seguaci con ogni puntualità e rigore: ha dimostrato prudenza, giudizio e moderazione; insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo…. Non vestiva altro abito che una camicia e calzoni di tela bianca ad uso di pescatore, scalzo e senza alcuna cosa in testa…

Con la moglie, viceRegina delle Popolane, Masaniello divenne frequentatore della Corte e ottenne il rispetto del viceRè e della Nobiltà: aveva accantonato le maniere del Pescivendolo e, atteggiandosi a Signore, sotto la casa di Vico Rotto volle un palco dal quale legiferare quando avesse voluto, a nome del Re di Spagna. Tuttavia, le manifestazioni di sofferenza s’intensificarono: si vuole che la perdita di equilibrio e di lucidità sempre più manifesta fosse causata dalla assunzione di roserpina: un allucinogeno propinatogli durante un banchetto alla reggia.

Sta di fatto che il suo comportamento mutò e che più volte rivelò sintomi di follia: lancio del coltello tra la folla; faticose nuotate notturne; pretesa di trasformare piazza del Mercato in un porto e di costruirvi una passerella che collegasse Napoli alla Spagna; ordine di esecuzioni sommarie in danno dei suoi Oppositori.

Genoino non era più in grado di controllarlo e la Plebe prese le distanze dalla sua delirante megalomania.

Sempre più insistente si fece, poi, la voce che egli intrattenesse una relazione omosessuale con l’Amico e Segretario Marco Vitale.

Il 13 luglio il viceRé giurò sui Capitoli del Privilegio nel Duomo di Napoli: il Popolo l’aveva spuntata sul Governo spagnolo, ma l’ostilità nei confronti del suo Referente era sempre più evidente e da più parti si prese a tramare per eliminarlo: inebriato dal delirio del potere, pretendeva essere chiamato Signoria Illustrissima.

Il giorno della festa della Madonna del Carmine, sotto le sue finestre una gran folla prese a contestarlo ed egli, col fisico già debilitato dal male, tentò invano di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento; accusò i Detrattori di ingratitudine e gli rinfacciò le condizioni in cui versavano prima della rivolta. Poi, sentendosi braccato, corse in chiesa e, interrompendo l’ufficio sacerdotale, dopo aver chiesto a Filomarino di poter partecipare con lui e col viceRé alla rituale cavalcata in onore della Vergine, salì sul pulpito e tenne il suo ultimo discorso: … Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io sò pazzo e forze avite raggione vuie: io sò pazze overamente. Ma nunn'è colpa da mea, so state lloro che m'hanno fatto'ascì afforza n'fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta 'a pazzaria ca tengo 'ncapa. Vuie primme eravate munnezza e mò site libbere. Io v'aggio fatto libbere. Ma quanto pò durà sta libbertà? Nu juorno?! Duie juorne?! E già pecché po' ve vene 'o suonno e ve jate tutte quante 'a cuccà. E facite bbuone: nun se pò campà tutta a vita cu na scuppetta 'mmano. Facite comm'a Masaniello: ascite pazze, redite e vuttateve 'nterra, ca site pat' 'e figlie. Ma si ve vulite tenere 'a libbertà, nun v'addurmite! Nun pusate ll'arme! 'O vedite? A me m'hanno avvelenate e mò me vonno pure accidere. E ci 'hanno raggione lloro quanno diceno ca nu pisciavinnolo nun pò addeventà generalissimo d'a pupulazione a nu mumento a n'ato. Ma io nun vulevo fa niente 'e male e manco niente voglio. Chi me vo' bbene overamente dicesse sulo na preghiera pe me: nu requia-materna e basta pé quanno moro. P' 'o rriesto v' 'o torno a dì: nun voglio niente. Annudo so' nato e annudo voglio murì. Guardate!

Dopo queste parole, si spogliò ma, dileggiato dai Presenti, fu accompagnato in una delle celle del convento: era ormai divenuto pericolosamete ingombrante ed era necessario liberarsene.

Lo raggiunsero i Capitani delle Ottine Carlo e Salvatore Catania, Andrea Rama, Andrea Cocozza e Michelangelo Ardizzone, che lo massacrarono a colpi di archibugio.

Il corpo fu poi decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio e gettato tra i rifiuti di un fosso tra Porta del Carmine e Porta Nolana.

La testa fu esibita al viceRé come prova della sua morte.

I Capitani furono generosamente ricompensati dalla Corona di Spagna e Giulio Genoino fu nominato Presidente Decano della Sommaria e Presidente del Collegio dei Dottori; tuttavia, inimicatosi di nuovo la Monarchia, fu arrestato e deportato a Minorca, spegnendosi nel corso del viaggio.

Filomarino rese grazie per avere …estinto il perturbatore, e restituita la perduta quiete alla città di Napoli….

Dopo Masaniello

Già il giorno successivo alla sua morte, la Gente comprese che i miglioramenti ottenuti durante la rivolta erano sfumati: fu reintrodotta la gabella sulla farina e la palata di pane il cui peso, fissato da Masaniello in trentadue once, era tornata a consistere di trenta once.

Ben presto, in definitiva, la mancanza di Masaniello si trasformò in un’illenibile condizione di orfanità.

Così, se ne recuperò pietosamente il corpo e la testa che, lavati con l'acqua del Sebeto, furono ricomposti e, nel timore di una nuova rivolta, le Autorità spagnole assecondarono tutte le manifestazioni di devozione verso il CapoPopolo ucciso.

Invitato a celebrarne i funerali, Filomarino scrisse al papa: …Da questo incidente del pane n'è risultato, che dove la morte del Masaniello non era stata sentita più che tanto, né avea fatta grande impressione negli animi de' suoi seguaci (perché con la sua pazzia s'era reso a tutti esoso); il mercoledì l'incominciarono a piangere, a sospirare, esaltare e preconizzare; e desiderando la sua sepoltura, di cui prima non si curavano, vennero a chiedermela in grazia, timorosi che per gli uffici fatti io non fossi per concedercela; ma gliela concedei di buona voglia, e prontamente…

Il 18 luglio il corteo funebre, uscito dalla chiesa del Carmine due ore prima del tramonto, fu seguito da decine di migliaia di persone, mentre dalle finestre venivano esposte coperte e lumi come tributo d'onore.

Il feretro, avvolto in un lenzuolo di seta bianco e in una coltre di velluto nero, con alla destra una spada ed alla sinistra il bastone di Capitano Generale, fu portato in processione per tutta la città; attraversò i sei Seggi di Giustizia e passò per via Toledo. Una volta di fronte al palazzo reale, il viceRé ordinò di abbassare le bandiere spagnole in segno di lutto.

All’alba, sciolta la processione, egli fu sepolto nella chiesa del Carmine e vi restò fino al 1799 quando, repressa la rivoluzione partenopea, Ferdinando IV di Borbone ne ordinò la rimozione e la dispersione per cancellarne anche il ricordo.

La sorella Grazia, la madre e la moglie Berardina fuggirono a Gaeta ove le prime due furono assassinate, mentre l’altra fu risparmiata in quanto incinta.

Tornata a Napoli e ridotta alla più cupa miseria, ella fu costretta a prostituirsi per vivere, finchè morì di peste nel 1656.

La morte di Masaniello non spense l’insurrezione la cui guida fu avocata da Gennaro Annese: gli scontri, che accentuarono il solco tra Nobili e Popolani e che umiliarono la Borghesia, si susseguirono violentissimi per mesi, fomentati dalla Francia, tesa a porre un’ipoteca sul trono napoletano, e durarono fino alla cacciata degli Spagnoli e alla proclamazione della Real Repubblica Napoletana capeggiata dal Duca francese Enrico II di Guisa che, quale discendente di Renato d’Angiò, rivendicava diritti dinastici.

L’eco della rivolta di Masaniello in Europa

La notizia della rivolta del Pescivendolo napoletano si diffuse in tutta Europa: la Francia, all'epoca energicamente guidata dal Cardinale Mazzarino, la sostenne in funzione antispagnola ed appoggiò le pretese di Enrico di Guisa per riportare Napoli in orbita francese; nell’Inghilterra già lacerata dalla guerra civile, la figura di Masaniello fu avvicinata a quella di Oliver Cromwel che nel 1649 istaurò la Repubblica; in Olanda si coniò una medaglia raffigurante da un lato il volto di costui, incoronato da due Soldati, e dall'altro quello del CapoPopolo incoronato da due Marinai e con le rispettive iscrizioni: Olivar Cromwel Protector V. Engel: Schotl: Yrlan 1658 e Masaniello Visscher En Coninck V. Napels 1647; A Benedetto Spinoza piacque definirsi Masaniello della Metafisica.

Nel ‘700, nell’Europa illuminista, molti Intellettuali esaltarono la figura del Ribelle che, durante l'esperienza repubblicana del 1799, fu spesso celebrato come Primo Repubblicano di Napoli: Il Presidente della Repubblica Carlo Lauberg scrisse … La presente rivoluzione altro non è che quello stesso che volle fare, e per il tradimento della tirannia non poté eseguire, Masaniello…; il giacobino Giovanni Pastore, in una lettera pubblicata sul Monitore Napoletano, lo raccontò come un Combattente per i diritti dell’Uomo; Vincenzo Cuoco, nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, ne fece un precursore della corrente rivoluzionaria settecentesca.

In sostanza Masaniello fu estratto dalla damnatio memoriae nella quale era stato confinato durante la restaurazione borbonica e, nel Risorgimento, incarnò l'ideale indipendentista trasformandosi in Eroe caduto sotto i colpi della dominazione straniera. Fu Benedetto Croce a ridimensionarne il ricordo definendo la sua rivolta come … uno dei tanti moti plebei senza bussola e senza freno, senza capo né coda, senza presente e senza avvenire…. e a evidenziare il più demagogico Populismo.

Bibliografia

  • B. Capasso: Masaniello. La sua vita la sua rivoluzione
  • B. Croce: Storia del Regno di Napoli
  • M. Forgione: Masaniello. 7-16 Luglio 1647. Cronaca di dieci giorni rivoluzionari
  • V. Gleijeses: La Storia di Napoli
  • O. Gurgo: Lazzari. Una storia napoletana